RICOMINCIARE DA ZERO

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Ricominciare da zero non rappresenta mai un sentiero semplice da percorrere, anche in presenza della volontà di dare vita ad una nuova pagina della propria esistenza.
Ricominciare da zero perché alle nostre spalle riusciamo a scorgere soltanto macerie fumanti, lo è ancora meno.
Farlo addirittura perché tra le macerie fumanti campeggia una carta di identità che scandisce laconica la data “1965”, poi, diventa quasi una missione impossibile.
Ma dato che, da convinto sostenitore del buon vecchio Nietzsche mi ritrovo a caldeggiare la teoria del “ciò che non mi uccide mi rende più forte”, penso proprio che, seppure rinunciando ai mirabolanti effetti speciali di Tom Cruise, accetterò la missione impossibile di buon grado, o quantomeno senza protestare troppo veementemente.

Macerie fumanti, dicevamo.
Sì: alcune fumanti, altre già raffreddate dallo scorrere del tempo, a delimitare un percorso che si snoda attraverso più di trenta anni e che riporta a mo’ di pietre miliari  un numero imprecisato di decisioni sbagliate, di sogni spezzati, di amicizie mendaci e di coincidenze nefaste.
I pochi punti di luce – di vera luce – rischiarano qua e là il percorso come piccole lampadine dal vetro ingiallito, simili agli ex-voto atti a confortare la memoria del Caro Estinto che eravamo soliti osservare nel salotto buono di quella Nonna Felicita della quale ognuno di noi, in un’infanzia più o meno lontana, ha potuto beneficiare.
E comunque ci sono.
Piccoli, fiochi, ingialliti e poco luminosi, ma i punti di luce ci sono, come a voler mantenere in vita un risibile firmamento personale che si può scambiare per effimero, quando invece di effimero c’è solo il grande inganno sul quale si sono basati tanti sogni di carta, bruciati ed accartocciati come stupide e presuntuose falene, dall’impietosa ed ingannevole fiammella dell’esistenza.

Ricominciare da zero non è mai neanche una scelta, o almeno non lo è totalmente: è la risultante di giorni e giorni – quando non mesi o anni – di riflessioni personali palleggiate tra rumine ed abomaso nel più classico ruminare solitario, così caro all’essere umano ancora dotato di pensiero  e di capacita introspettiva.
Lo si fa giocoforza.
Giocoforza.
Un termine dal sapore vagamente arcaico caduto quasi in disuso e seppellito da decine di neologismi anglofoni o tecnologici; un termine, però, che in quattro semplici sillabe traccia l’intera mappa di un pensiero che conduce ad una “scelta” più o meno obbligata.
E, giocoforza, si ricomincia da zero.
Detto per inciso: so che avete contato sulla punta delle dita le sillabe di “giocoforza”. Siamo tutti così prevedibili…

Ricominciare da zero senza sogni eccessivi, stavolta; magari un po’ più disillusi e meno creduloni che in passato; magari senza troppe certezze e carichi solo di un basto fatto di timori, ma al tempo stesso forti del fatto che se ne siamo usciti vivi questa volta – parafrasando il capolavoro nato dal connubio tra John Kander e Fred Ebb – niente e nessuno potrà più ucciderci.
Ed è questa la vera missione impossibile, perché chiunque è capace di ricominciare da zero, ma solo chi è già morto una volta sa che la sofferenza, l’umiliazione e la sconfitta sono la lama di una falce fienaia che può mietere sferrando un solo colpo.
Con violenza, certo, e con la ferma determinazione di recidere alla base il frumento davanti a sé, ma persa l’occasione non potrà tornare sui suoi passi, perché il semplice stelo di frumento si sarà trasformato in dura ed impenetrabile corteccia secolare.

Siamo umani e possediamo ancora quella briciola di istinto che ci consente di capitalizzare sventure ed errori per trasformarli in esperienza, certi una volta di più che tutto ciò che non ci uccide ci rende veramente più forti.
E se sento ancora i polsi che battono significa che sono vivo, perdio, e molto più forte di quanto sia mai stato nei giorni in cui mi concedevo ancora il roboante lusso di sognare.

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The green fields of Mugello

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Era d’obbligo: da neocinquantenne non potevo esimermi dal riflettere sul significato della vita e – tantomeno – dal condividere l’esito di tali riflessioni con lo sparuto manipolo di folli che segue le mie dissertazioni online sulle tristemente famose pagine di WordPress.
Significato della vita e – come ovvio ed immancabile contraltare – significato del suo termine fisiologico e di quel vasto territorio inesplorato che va comunemente sotto al nome di Morte.

Niente riflessioni lacrimose, comunque, né eccessivamente dissacranti sullo stile Monty Python, quanto poche semplici linee di pensiero scaturite da un processo cognitivo e deduttivo innescato da semplici eventi quotidiani, come al solito.
In sostanza sto riferendomi alla sera del tre luglio, durante la quale ho avuto l’immenso piacere di festeggiare il mio cinquantesimo compleanno lontano dall’afa fiorentina, nel giardino della mia casa insieme ad un considerevole numero di amici allietati da libagioni degne di un baccanale di boccaccesca memoria.

Piccola premessa.
Il titolo dell’articolo e l’illustrazione riportata qui in alto fanno preciso riferimento ad una canzone di Eric Bogle (peraltro meravigliosamente riadattata dai Dropkick Murphy’s) dal titolo “The green fields of France”, nella quale l’autore immagina un dialogo con un soldato di nome William McBride, sulla tomba del quale si siede per riposare.
Se non la conoscete vi invito caldamente a ricercarla in Rete e ad ascoltarla con attenzione: male non può certo farvi.

Posto ciò, torniamo all’argomento principale senza tergiversare oltre.
Riflessioni sul significato della vita e della morte, dicevamo… riflessioni indotte dal superamento di una boa essenziale come quella rappresentata dal mezzo secolo di esistenza ed elaborate secondo schemi mentali che, nonostante l’eccellente Professor Stanghellini si ostini a rassicurarmi circa la loro mancanza di pericolosità sociale, mi sorprendono ogni volta per la totale assenza di qualsivoglia forma di complice delicatezza.
Vengono giù così come gli pare, insomma, dirompenti come il martello di Thor e rapidi come l’Agenzia delle Entrate se fai un errore nella dichiarazione dei redditi.

Mi guardavo intorno, venerdì sera mentre mi accingevo a tagliare la torta di compleanno, circondato da persone allegre che prorompevano in applausi scroscianti, facendo con essi incazzare come un orco la mia cagnolona Lea che non tollera gli schiamazzi, ed al tempo stesso venivo folgorato da un pensiero assurdo: quante di queste persone parteciperanno anche al mio funerale?

Togliete le mani dai genitali e continuate a leggere, perché la cosa è meno assurda di quanto possa sembrare.
In linea di massima partecipare ad una festa di compleanno, quando oltretutto si sa che il festeggiato prepara dei cocktails da far impallidire il barman dell’Harry’s Bar di Torcello e cucina meglio di quei quattro stracciaculi che conducono Masterchef, non presenta grandi difficoltà: mangiare bene, bere meglio e fare un po’ di sano casino è nel DNA dell’essere umano fin da quando perse la coda trasformandola in coccige.
Altra storia, invece, quando si tratta di sorbirsi una pallosissima cerimonia funebre, magari officiata da un prete che nemmeno conosceva il caro estinto, stipati in una cappella puzzolente di fiori appassiti ed incenso, strizzati in abiti scomodi che normalmente non indosseremmo nemmeno sotto la minaccia delle armi.
A meno che in mezzo a quella sei assi di abete non si trovino le spoglie mortali di qualcuno la cui mancanza ci fa scendere almeno una lacrimuccia dietro alle lenti scure inforcate per l’occasione.

Ecco: questo è ciò che mi sono chiesto nella frazione di secondo in cui una sinapsi si accende tra un neurone e l’altro, prima che il neurone accanto (quello serio) gli molli una sberla ricordandogli che non solo lì per diffondere simili cazzate, perdìo!
Ma il collegamento c’era stato, ed il processo mentale non poteva arrestarsi.
Ho guardato le persone che cantavano “tanti auguri a te” ed ho pensato chi di loro non mi sarei meravigliato di vedere nella cappella di cui sopra.
Molti, per fortuna.
Paradossalmente anche qualcuno che non era presente, ma che so (o spero di sapere) non mancherebbe all’altra circostanza.

Magari per assicurarsi che le sei famose assi di abete mi contengano davvero! 🙂

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PAROLACCE…

vocabolario

Nota.
Il post che segue è stato scritto nel febbraio di quest’anno e tenuto a lungo nel cassetto bio del frigorifero per farlo decantare, nel dubbio che qualcuno si potesse offendere.

Ma visto che, in seguito a determinate scelte di Campo effettuate in modo che definire lapalissiano risulterebbe un puro e pudico eufemismo, del fatto che qualcuno possa offendersi non me ne importa più un sedicesimo di fava, ecco a voi il post, in tutto il suo virginale ed intonso eloquio.

Mi si rimprovera spesso il fatto di dire o scrivere troppe parolacce, contravvenendo alle più elementari norme di bon-ton e di civile convivenza con il prossimo.
Sinceramente non posso dare torto a chi mi muove una simile critica: avrò mille difetti, ma so riconoscere quando un rimprovero mi viene mosso a ragion veduta.
Poi magari me ne frego, ma tra me e me lo riconosco.
Solo che vorrei soffermarmi un istante sul concetto stesso di “parolaccia” e su quanto esso possa mutare in base al significato che di volta in volta possiamo e vogliamo attribuirgli.
Il gentilissimo dottor Garzanti (sempre presente per chi voglia prendersi la briga di interpellarlo, al limite anche online), ci fornisce la seguente definizione: “peggiorativo di parola – parola sconcia, volgare o detta per offendere”.

Nessun dubbio!
Nella sua immensa ed instancabile opera volta a colonizzare l’altrui ignoranza con il seme del sapere, l’ineffabile dottor Garzanti coglie immancabilmente nel segno facendomi notare come la mia sconcezza e volgarità possano essere sia un peggiorativo semantico fine a se stesso, quanto una forma verbale per recare ingiuria al prossimo.
E sticazzi, anche per rimanere in tema, non ce lo vogliamo aggiungere?
Quello che il nostro buon amico non puntualizza, è come spesso parole non atte ad offendere in senso stretto, si rivelino ben più oltraggiose di un vaffanculo urlato a pieni polmoni dal finestrino, con tanto di supporto digitale fornito dal medio mostrato tanto fallicamente quanto orgogliosamente eretto e svettante contro l’azzurro del cielo.
Mi riferisco alle parole usate a sproposito, con leggerezza o fidando unicamente su quel che si crede possano significare, senza sprecare un solo istante del proprio tempo per controllarne esattezza ed adeguatezza, se non altro per rispetto di chi ci ascolta o ci legge.

Sì, perché se è vero che una parolaccia denota scarsa sensibilitâ o rispetto nei confronti di un interlocutore, è altrettanto vero che l’usare termini a vanvera pensando che chi abbiamo di fronte non sia in grado di riconoscerne l’impiego improprio, non possa essere connotato esattamente come un segno di devoto rispetto.
Sinceramente preferisco un interlocutore che ogni tanto intercala il discorso con una qualche espressione colorita, ad un interlocutore che non mi reputa abbastanza intelligente o abbastanza colto per capire se mi stia propinando una supercazzora brematurata o meno.
Poi ci sono quelli che storpiano le parole o le utilizzano a sproposito solo perché piu in lá di tanto non arrivano, ma loro sono un gruppo a parte del quale non sto parlando in questo momento.
No. Io parlo proprio di quelli che si tengono ben lungi da qualsiasi strumento di approfondimento, reputandolo evidentemente superfluo, antiquato o poco à la page… che si pronuncia “alapàg” con la g strascicata: è francese e non vuol dire “alla pagina”, ma “alla moda”.
Oh, ma bisogna dirvi proprio tutto, eh?

Dice, ma perché questo sproloquio su un simile argomento?
Semplice: in primo luogo perché proprio oggi mi sono imbattuto in una parola che mi aveva già fatto drizzare i peli degli avambracci tempo fa, ma trovandomela nuovamente sotto al naso e dovendo lavorare tutto intorno ad essa, mi è salita un attimino la carogna.
In secondo luogo, citando la mia adorata Samantha di Sex and the City, per lo stesso motivo per il quale i cani si leccano le palle: perché posso farlo.

Ecco dunque il casus belli: in un contesto di interior design viene utilizzato il termine “edonismo”.
Il problema attorno a questa parola nasce quando – anni ed anni fa – un giovane Roberto d’Agostino coniò l’espressione “edonismo reaganiano” e la utilizzò a mo’ di tormentone durante una trasmissione televisiva di cui al momento non ricordo il titolo.
D’Agostino, che non amo troppo, ma al quale attribuisco senza tema di smentita un buono spessore culturale, conosceva perfettamente il significato di “edonismo”, ma lo utilizzò in modo volutamente improprio per creare una dissonanza linguistica capace di assurgere in breve tempo a modo di dire. Cosa che peraltro avvenne puntualmente.
Ma il fatto che lo abbia fatto lui, con l’ovvio scopo di divertire (erano tempi in cui Dagospia non era nemmeno nella mente dell’Onnipotente e D’Agostino stava a metà strada tra un comico ed un critico, nei rari momenti in cui non prendeva a ceffoni Sgarbi sul palcoscenico di Maurizio Costanzo), non autorizza altri a perseverare nell’errore pensando pure di utilizzare un lessico ricercato ed ammantarsi di carismatico mistero, tanto per tirare anche Battiato nel calderone di oggi.

Un edonista, bimbi belli, è colui che persegue come massimo fine il piacere, rifacendosi in parte alla filosofia di Epicuro ed alla scuola cirenaica.
Ben poco ha da spartire con chi ricerca la purezza, l’armonia o l’equilibrio delle forme.
Quello è un esteta, e si ispira più ad un ottocento letterario disseminato dei vari Huysmans, Wilde e d’Annunzio che non alle scuole di pensiero a cui accennavo poc’anzi.
Proprio Huysmans nel caso specifico (e concedetemi ‘sta botta di cultura in una Rete pervasa dall’ignoranza pianeggiante e sconfinata di chi cita WIlde solo perché frequenta le pagina dedicata agli aforismi da Baci Perugina), incarna gli ideali dai quali un esteta dell’arredamento dovrebbe trarre spunto, raccontando di come il protagonista del suo più famoso romanzo “à rebour” (a ritroso) fa incastonare delle pietre preziose sul carapace di una tartaruga che tiene libera per casa, affinché il costante movimento di essa porti le pietre a muoversi senza posa, permettendo alla luce di esaltarne la bellezza.
Follia, certo, ma permeata di estetica.
E probabilmente un seguace della filosofia edonistica avrebbe investito il denaro speso per le pietre preziose in champagne, cibi ricercati e prosperose mignotte al fine di saziare il proprio appetito di piacere immediato, fine a se stesso e soddisfatto con il proprio raggiungimento.
Per ulteriore conferma e per mantenermi volutamente superpartes, riporto la definizione di “edonismo” fornita – stavolta – dallo spettabile dottor Treccani, nella sua eterea, ma prestante, versione online:

edonismo Dottrina filosofica che pone come fine dell’azione umana il piacere. È rappresentata soprattutto dalle dottrine di Aristippo di Cirene e di Epicuro, peraltro tra loro divergenti nella determinazione del concetto di piacere, consistente, per il primo, in una condizione positiva di godimento e, per il secondo, in una condizione negativa, di assenza del dolore. Variamente criticato nell’arco della storia della filosofia, e in particolare da I. Kant, l’e. è stato rivalutato da alcuni autori contemporanei, come H. Marcuse, sulla base di teorie psicologiche per la funzione positiva del piacere sullo sviluppo armonico della personalità.

Insomma, in soldoni, preferireste farvi arredare la casa da Le Corbusier o da Berlus… Ehm, da un puttaniere incallito?
Certo, se poi ci vogliamo annodare tra le spire della Rete, troveremo sicuramente anche dei cavilli pseudolinguistici capaci di riportare l’edonismo ad un livello di percezione estetica, ma sarà comunque un arrampicarsi su degli specchi resi leggermente più ruvidi solo dalle compiacenti inesattezze di un Web nel quale chiunque può assurgere ad un autoproclamato stato di maître à penser… perfino io, figuratevi un po’!
Sarebbe stato sufficiente controllare con il prezioso ausilio del dottor Garzanti il significato letterale di “edonismo” per evitare di usarlo a sproposito, quando non addirittura a proprio detrimento.
E questo semplicemente per non mancare di rispetto a chi legge o ascolta.
Per donare, anche tramite l’impegno profuso nell’utilizzare una corretta esposizione, quel piccolo e sempre più raro gioiello chiamato “attenzione”.

E quindi?
E quindi, se chiunque può scrivere ciò che vuole senza doverne rendere conto a chicchessia, non lamentiamoci se ogni tanto scrivo “cazzo”.
Perlomeno ne conosco il significato e lo uso sempre con cognizione di causa.

La parolaccia, dico… 🙂

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PHILIP KOTLER. MARKETING, PROMOZIONE & BOCCIATURE.

kotler

Premessa.
Il Philip Kotler che mostra il medio è una semplice immagine photoshoppata.
Non che vi sia bisogno di sottolinearlo, in quanto la innata classe del suddetto gli impedirebbe di assumere una simile posa, ma è sempre bene mettere le mani avanti onde evitare critiche idiote e fuori luogo, specialmente in post tendenti al caustico come quello che mi accingo a scrivere.

Altra premessa.
Se non conoscete (almeno di nome) Philip Kotler, siete pregati ci cliccare prima possibile sul pulsante rosso in alto a sinistra (o su quello contrassegnato da una piccola “x” in alto a destra, per chi disgraziatamente usi Windows) e di andare con Dio, citando una laconica Madame Revanche, la cui mancanza continuo ad avvertire ogniqualvolta mi accingo a scrivere un nuovo articolo per il mio piccolo Blog.

Bene. Terminate le doverose premesse e dato per scontato che i tre lettori superstiti siano a conoscenza dell’esistenza di un Guru del Marketing chiamato – appunto – Philip Kotler, autore di non so più quanti libri che dovrebbero costituire la Bibbia, il Corano, il Talmud e lo YouPorn di chiunque si cimenti con tale disciplina, procediamo con l’odierna dose di quella che, secondo i più, potremmo chiamare spocchia da maestrina con la penna rossa, ma che io chiamo semplicemente “fare il culo agli ignoranti presuntuosi”.

Oggi, scorrendo le notifiche di Linkedin, che lascio regolarmente ad affastellarsi nell’attesa di essere considerate, mi sono imbattuto in una Perla (con la “e”… “pirla” potrebbe essere riferito all’autore, casomai) che vorrei condividere con voi, sezionandola come un novello Dexter in vena di ampliare la collezione di vetrini:

de_ignorantia_meaPubblico un’anteprima (cliccateci sopra per ingrandirla) affinché possiate godere dell’opera nel massimo splendore costituito dalla propria completezza, assaporando la visione d’insieme prima di procedere alla dissezione della stessa ed alle drammatiche conclusioni che un simile esame autoptico potrà fornire ai più coriacei, almeno a livello gastrointestinale.

Si tratta, come potrete capire in pochi secondi, di una comunicazione riguardante un unico ed irripetibile seminario tenuto a Milàn (che l’è un gran Milàn) dal summenzionato Guru.

La mia perplessità nasce dal modo in cui tale comunicazione è stata redatta ed affidata all’etere sulle leggiadre ali di Internet.

Ma andiamo con ordine e partiamo dall’inizio, ovvero proprio dalla prima riga che, a mio avviso, costituisce un incipit capace di fornire immediatamente la chiave (o chiavica) di lettura dell’intero annuncio:

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La virgola, ovvero quel piccolo segno di interpunzione che segnala al lettore la necessità di una piccola pausa nell’enunciazione del testo, dovrebbe andare dopo la parola “Linkedin”, così da formare ” Gentile Amico/Amica di Linkedin (pausa) buongiorno”.
Così com’è la lettura risulta essere un saluto agli utenti di un misterioso Social Network denominato “Linkedin buongiorno”, che non sono riuscito a trovare in Rete, nonostante le molteplici ricerche sui più blasonati motori.

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Ecco… qui mi si è accapponata la pelle dello scroto, se mi passate la crudezza di linguaggio, vedendo l’ennesimo congiuntivo rinnegato, torturato, calpestato ed ignorato.
Sinceramente ad un tale scempio linguistico e grammaticale mi verrebbe da rispondere solo infliggendo mortificazioni corporali all’autore finché morte o cultura non sopraggiungano, ma vista la naturalezza con cui il predetto inanella una bestialità dopo l’altra, reputo più probabile la prima conclusione.
Poi l’inciso. Quel “se così non fosse” tra due piccole linee.
Ma il valore metrico delle paura rappresentate dalla punteggiatura non te lo hanno insegnato a scuola?
Eri assente quel giorno?
Ti eri nascosto nello sgabuzzino delle scope a farti le canne?
Non ti avevano dato il Lexotan?
Parliamone, per favore, ma non usare più – ti prego – le pause così, mentula canis.
Al posto della prima linea ci sarebbe stato un punto e virgola, mentre la seconda non dovrebbe proprio esistere!
Così come al posto della virgola dopo “2015”vanno inseriti i “due punti”, altro che virgola!

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Qui, è inutile dirlo, “prof” dovrebbe essere sostituito con “Prof.”, sia per un discorso di rispetto che di correttezza ortografica.
Non lo dico per cavillare: si scrive così perché questa è la regola. Punto!

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Qui calerei un velo pietoso.
Il “te” è agghiacciante quasi quanto il congiuntivo cannato all’inizio della comunicazione.
Credo che la forma impiegata, oltre ad essere prova tangibile di un’ignoranza (etimologicamente dal latino, s’intende) a dir poco caprina, suoni così volgare e pecoreccia da adattarsi molto meglio alla Sagra della Porchetta di Pizzighettone, piuttosto che ad un invito riguardante un evento incentrato su una delle figure più prestigiose della storia del Marketing.
E anche su Pizzighettone avrei da ridire…
La virgola è da eliminare tout court, per quanto espresso poco fa circa le pause dell’enunciazione.

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Qui sorge un dilemma: la castroneria riguarda il dare prima del “tu” e poi del “lei” al lettore o – peggio ancora – quel “sua” sta a significare “all’evento”?
No, perché se nel primo caso basterebbe mezz’ora in ginocchio sui ceci come espiazione, nel secondo sarebbero necessarie sanzioni coraniche a livello di scudisciate sulla schiena.

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Ed ecco che ritorniamo alla forma colloquiale in seconda persona.
Il dubbio di prima mi attanaglia nuovamente e, parallelamente a quella in cui sto scrivendo, ho aperto una nuova finestra del browser per ricercare fruste, nerbi e scudisci in vero cuoio su Amazon, che non si sa mai!

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Euro?
Dollari?
Talleri?
Dobloni?
Lunghi ed appassionati rapporti di sesso orale?
Non si capisce la merce di scambio con la quale si richiede di effettuare la transazione.

Concludendo, come diceva l’amico Mike riferendosi ad un prodotto che aveva qualcosa a che vedere con l’ultima valuta considerata nell’ipotesi precedente, se da un qualsiasi Bimbominkia 2.0 può essere bonariamente tollerato un lessico da ripetente che festeggia la bocciatura all’osteria, da parte un sedicente professionista della Comunicazione e del Marketing, affidare alla Rete un simile florilegio di cialtronaggine e di greve ignoranza è a dir poco intollerabile.
Amo Philip Kotler come chiunque abbia passato notti intere a leggere i suoi libri e – scusatemi – mi incazzo come un toro nel vederlo pubblicizzato con tanta sciatteria e cialtronaggine.

Ma in qualche miniera di sale non hanno bisogno di personale da impiegare nel reparto “picconatori di profondità”?

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CONFINI INVALICABILI

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Si tende a parlare del Lusso come di un qualcosa alla quale possa aspirare solo una ristrettissima élite, per la quale già il concetto di “casta” appare fin troppo largheggiante.
Confesso: io stesso mi sono trovato spesso a parlare del Lusso (non per me, beninteso, ma per clienti il cui prodotto aveva a che fare con esso) costringendolo in una dimensione esclusivamente materiale all’interno della quale l’essere era una mera conseguenza dell’avere, nonostante i mille abbellimenti con i quali potevo deviare la traiettoria monorotaia dei concetti.
Lusso inteso come possesso elevato all’ennesima potenza; possesso riferito ad oggetti e persone senza che tra i due si ponesse la minima distinzione, se non meramente e falsamente deontologica o morale.
Che poi “morale” e “Lusso”, inteso secondo quanto poc’anzi esposto, rappresentano un ossimoro di rara perfezione.

Ed anche su coloro i quali gravitano attorno al concetto di Lusso a fini commerciali ci sono tutta una serie di distinguo da porre in essere; innanzitutto è necessario capire se ci troviamo di fronte a dei creativi, dei creatori o dei meri porgitori di prodotto… stavo per scrivere una cosa spiacevole tipo “sciacalli”, “parassiti” o “sanguisughe”, ma oggi è sabato ed ho deciso di essere indulgente anche dei confronti dei sottoprodotti umani di cui sopra.
Ci sono coloro i quali impiegano la propria innata inventiva nell’immaginare e nello stravolgere ogni concetto elitario per trasformarlo in qualcosa di eccessivamente esclusivo, tale da fornire anche a Creso un brivido di desiderio.
Ci sono le persone che si adoperano con sapienza, manualità impeccabile ed innegabile gusto al fine di produrre oggetti unici ed irripetibili, destinati ad una ristrettissima cerchia di nababbi, al solo scopo di confermare, con la materialità degli oggetti, uno status ben preciso e ben visibile, soprattutto a chi tale status non possiede e non possiederà mai.
Poi ci sono gli altri. I porgitori di prodotto: privi di creatività o di estro, ma ricchi di virtù predatorie che gli consentono di appropriarsi delle prime due caratteristiche appartenenti ad altri, rivendendole abilmente come proprie al Creso che si è attaccato scioccamente ad uno dei mille ami che tali soggetti lasciano ondeggiare nel dorato universo del Lusso.

Ma in ogni caso stiamo parlando di prodotti e servizi di carattere élitario che rispondono ad una tanto sparuta quanto economicamente gratificante richiesta proveniente dal mercato.
Ecco! Questi sono i confini invalicabili ai quali alludo nel titolo.
Perché il Lusso – il vero Lusso – non è appannaggio esclusivo di coloro i quali assommano il 90% delle ricchezze mondiali.
Non è qualcosa di estremamente costoso.
Non è qualcosa che le cosiddette persone normali non potranno mai permettersi.
No, signori miei. Quella è semplice ostentazione, provincialità, spocchia.
E non parlo nemmeno della visione New-Age di un Lusso raggiunto tramite l’introspezione placida e la sintonia con il cosmo

Il vero concetto di Lusso è uno stato mentale di estrema spensieratezza, all’interno del quale sappiamo di poter desiderare senza limiti qualcosa che è già stata pensata per noi prima ancora che sapessimo di desiderarla.
E se può sembrare un concetto ermetico, vi invito ad attendere i prossimi sviluppi per capire realmente di cosa sto parlando… perché difficilmente lo faccio a vanvera o vendendo fumo.

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UNICO OVUNQUE. LE VERGINI DAI CANDIDI MANTI.

unicoA volte le parole sono ingannevoli.
Sprazzi di polvere di stelle gettati nel firmamento dell’eccellenza si rivelano essere sordidi brandelli di lestofanti truccati da gentiluomini, in un sottobosco composto da mezze figure che, al massimo, riescono a procrastinare l’Armageddon promettendo soluzioni rapide ed indolori.
Cazzate!

Se nella maggior parte dei miei post incazzati mi sono limitato ad alludere a categorie di bastardi figli di mignotte decrepite, senza farne sacrosantamente i nomi, adesso mi sono scocciato del mio stesso fair play ed ho deciso di snocciolare la completa genealogia dei mettìnculi suddetti con tanto di patenti di nobiltà.

Unico Ovunque, dicevamo. Ovvero una Società a Responsabilità (molto) limitata con sede in Piazza della Repubblica (Firenze), protesa verso la promozione dell’Eccellenza Italiana nel mondo. Con tanto di sede a Sochi (in Russia, dove ci sono le migliori mignotte, tanto per capirci) e roboanti proclami sul Lusso, lo Stile ed il Design made in Italy.

Questo nelle chiacchiere. Nei fatti, una società contratta tra due distinti signori (il signor Alessandro De Francesco, paesaggista, e l’architetto Cristiano Boni) che hanno commissionato al sottoscritto (verbalmente, che diamine… che a farlo per iscritto poi tocca pagare) una serie di lavori mai (e sottolineo “mai”) retribuiti, nonostante le molteplici promesse che il loro avvocato (tale Francesco Giani… e per le credenziali consultate pure questo LINK) ha vomitato nei confronti del mio rappresentante legale circa un saldo da effettuarsi entro il primo mese del 2015…  oggi siamo alla fine di maggio e non ho ancora visto l’anima di un cazzo di Euro… n.d.r.

Unico Ovunque, dicevamo… Trecentocinquanta metri quadri in Piazza della Repubblica, arredati con quanto messo a disposizione da Partners nei confronti dei quali (cito testualmente il De Francesco) “per quello che pagano, pagare l’affitto ed aprire la porta è anche troppo”.
Per fugare eventuali dubbi dispongo della registrazione.

Unico Ovunque, che si è appropriato del nome da me creato senza chiedere la benché minima autorizzazione, e che al mio far notare come il nome della società fosse oggetto di un furto di proprietà intellettuale, ha risposto (sempre nella persona del De Francesco e sempre suffragabile da registrazione) che il nome era scaturito da una conversazione davanti al caminetto del Podere, la sua tenuta in provincia di Pistoia, quando io dispongo di documenti che accertano la paternità dell’idea in tempi decisamente anteriori al loro cazzo di caminetto, che ci si potessero arrostire tutti quanti insieme!

Unico Ovunque… in poche parole una banda di disonesti, capaci solo di sopravvivere sull’inventiva degli altri e privi di qualsiasi forma di creatività propria.

Unico Ovunque… ricordate questo nome, perché se avete delle idee originali e potenzialmente redditizie, probabilmente le vedrete messe in atto da loro.
Ovviamente a vostra insaputa!

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BACK ON THE SADDLE. E SI RICOMINCIA A SCRIVERE!

follower

Periodi che si alternano a periodi.
Ovviamente mi riferisco ai periodi felici era quelli letteralmente merda.
Ma tra gli uni e gli altri si inseriscono, come keyframes nella timeline di un editor video (e se non sapete di cosa cazzo parlo mi dispiace per voi), delle sacche di tranquillità all’interno delle quali trovano posto interessi e passioni personali.
Come quella di scrivere.
Ed è proprio in questo intervallo posto a metà strada tra il reale e l’onirico che si fanno spazio le parole di un romanzo a cui sto lavorando tra una sacca di bonaccia e l’altra… oddìo: lavorare è una parola grossa. Diciamo che mi ci sto divertendo e che ci impiego il tempo che non ho.
Ma del resto siamo solo di passaggio in questa valle di lacrime; e chi vuol esser lieto – dice Lorenzo – sia, perché del doman – ribadisco io – l’unica certezza è rappresentata dal processo di decomposizione di tessuti organici.

E per la gioia dei grandi e dei piccini, ecco un passaggio del lavoro in corso, che ha provvisoriamente il titolo di “The Follower”.

… Non riusciva a staccare lo sguardo dai Ramones e si scoprì a chiedersi cosa ci facessero sulla t-shirt di un ragazzino che sicuramente non li aveva mai nemmeno sentiti nominare.
Lui invece se li ricordava bene.
Johnny, DeeDee, Tom e Joey. I Ramones, cazzo!
Protagonisti della musica Punk-Rock degli anni settanta e ottanta… Roba il cui ascolto, per un sedicenne della peggiore Louisiana retrograda, era paragonabile ad una dichiarazione di guerra nei confronti del mondo.

Improvvisamente nella sua mente prese a rimbombare il ritmo forsennato di “Surfin’ Bird”, riarrangiato dai quattro ribelli del Queens sul vecchio successo dei Trashmen.
Ricordava perfettamente la copertina del vinile che conteneva il brano; era “Rocket to Russia” e ritraeva a tutto campo i quattro fratellini appoggiati ad un muro, tutti con degli occhiali che già allora erano improponibili.
E mentre il suo cervello ripeteva per l’ennesima volta che l’uccello è la parola, la faccia di Tommy Ramone esplose in un fiotto rosso che staccò la spina al dj-set mnemonico riportando Emmett bruscamente al presente.

Gli occhi del ragazzo divennero enormi e si fissarono per un attimo in quelli del poliziotto, poi le gambe cedettero e cadde pesantemente sulle ginocchia, mentre da quella che una volta era la faccia del batterista, la chiazza scura e lucida si stava rapidamente allargando verso Joey e Dee Dee.
Curiosa coincidenza, si sorprese a pensare Emmett, che proprio l’unico Ramone ancora in vita fosse stato quello fatto esplodere dalla raffica dell’MP7.

Il ragazzo cadde riverso sul pavimento e per un lunghissimo istante lo sguardo di Emmett incrociò quello del colombiano, rimasto visibile al di là della porta.
Lo stava scrutando proprio da sopra le tacche di mira della Glock, ed Emmett avrebbe dovuto solo premere il grilletto per centrarlo in mezzo agli occhi, ma non lo fece.
Joey Ramone stava ancora dicendo che, bene, tutti avevano sentito parlare dell’uccello… e Robert Lee Emmett non fece fuoco.

E per adesso, that’s all, folks.
Alla prossima! 🙂

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COMPAGNI DI MERENDE

expoExpo 2015.
Come al solito arriviamo a dare le ultime martellate ed a girare le ultime viti dei padiglioni nella proverbiale zona Cesarini, con la certezza che nemmeno questa volta il nastro tagliato aprirà la via verso un’opera completamente terminata.
Ma – dicono – se gli addetti ai lavori nell’ultimo mese hanno lavorato giorno e notte? Probabilmente se avessero lavorato durante tutta la normale giornata lavorativa nei mesi precedenti, non solo si sarebbero risparmiati i turni by night, ma avrebbero anche consegnato agli occhi del mondo un Expo terminato e completo in ogni dettaglio.
Ma non è questo che mi interessa: finito o da finire, la struttura dell’Esposizione Universale di Milano rimane sempre un’opera davanti alla quale fare “Ohhhhh” di meraviglia, anche se qualcosa è ancora da ultimare.

No. Quello di cui vorrei parlare è proprio il concetto stesso che permea ogni centimetro quadrato dei quasi 150 padiglioni e con il quale ci polverizzano le palle da così tento tempo da rendere già vecchie le linee guida di un’esposizione che ha appena aperto i battenti: l’Alimentazione, il Cibo, il Sostentamento del genere umano e le peculiarità degli alimenti provenienti dai quattro angoli del pianeta, il tutto esploso in un tripudio di multimedialità come nemmeno George Lucas avrebbe mai osato immaginare, dopo una sbronza di proporzioni cicolpiche.

Cibo, dunque.
Nutrizione e fonte di vita, spiegate nei minimi dettagli e presentate secondo un approccio sinestesistico al quale avrebbero fatto fatica ad aspirare anche i più iperbolici tra i Decadenti.
Migliaia di metri quadrati disseminati di tecnologie d’avanguardia, srotolati davanti al mondo intero per riuscire a connettere ogni visitatore con la produzione alimentare di ogni singolo Paese e con le peculiarità ad esso legate secondo schemi geografici, storici, culturali e politici.
Una mole impressionante di informazioni da immagazzinare ed elaborare come un bolo mnemonico, parallelamente al bolo fisico che viene digerito da centinaia di migliaia di intestini affamati di cultura e di cibarie, lasciati liberi di vagare lungo il Decumano (ideona, eh?..) ad intasarsi delle più improbabili combinazioni alimentari come un gigantesco insaccato semovente.
Sushi metabolizzato insieme alla carne di renna affumicata ed innaffiato con profumati distillati caraibici; una miscela kafkiana capace di  trasformare l’apparato digerente in qualcosa da sparare direttamente nello spazio con la prossima Sonda Voyager, per far capire agli Alieni fino a che punto di aberrazione possa arrivare un essere umano lasciato libero di ingozzarsi una volta privato delle frontiere fisiche che il mondo reale interpone (previdentemente) tra una portata e l’altra.
Ma anche questo è un finto problema, a parte il fatto che le pietanze servite nei vari padiglioni possano costare come un semestre di retta scolastica in un buon istituto privato… no: diciamo che anche questo è solo il miraggio generato dal nocciolo della questione; dal nucleo vivo e vitale dell’apocalittica assurdità sulla quale si basa l’intero Expo 2015.

Solo una domanda: quanto sono costati tutti i padiglioni e la struttura contenitiva dell’Esposizione Universale?
Quanto ci si è concentrati sul Cibo come Risorsa Vitale UNIVERSALE (ovvero alla portata di tutti) e quanto sul cibo come pretesto per allestire strutture spettacolari, frutto delle masturbazioni creative di non si sa più quante migliaia tra architetti ed ingegneri?
Ve lo dico io: il rapporto è di mille a uno… e penso di arrotondare in favore dell’uno.
Al termine dell’Expo 2015 ci ritroveremo ad ascoltare l’eco degli “Ohhh” di meraviglia che si spegne pian pianino lungo il Decumano (ripeto: ideona, eh?..) ed a gestire lo smantellamento di padiglioni ormai inutili, con tutti i costi che possiamo ben immaginare.
La struttura rimarrà in piedi – tipo Pompei… avete presente, no? – come imperitura testimonianza dello sforzo creativo del mondo intero nei confronti della cultura alimentare, e meravigliosi cataloghi patinati verranno inviato in omaggio alle autorità ed ai soliti Compagni di Merende.

E poi?
Come “e poi”?
E poi basta, no?

O pensavate davvero che un’Esposizione Universale incentrata sul concetto di Alimentazione, ponesse tra i suoi nobili fini anche quello di tentare di risolvere la piaga della fame nel mondo?
“Fame” ed “Alimentazione” sono due concetti antitetici per definizione, senza considerare che il becero e greve spettro del primo rovina il raffinato piacere del secondo.
La Fame non c’entrava con l’Expo 2015.

Anche perché sarebbe bastato costruire un unico padiglione nel quale mostrare cosa si era potuto fare realmente, impiegando gli stessi miliardi di euro spesi per la realizzazione di padiglioni futuristici ed autocelebrativi, nell’assistenza di chi veramente sa cos’è la fame e nella ricerca per combattere un flagello sempre più presente, ma sempre più ignorato.
La “foresta in scatola di montaggio” e la desalinizzazione del mare sono due buone cose, ma davanti al lusso, allo sfarzo ed allo spreco presente in tutti gli altri padiglioni del’Esposizione Universale, risultano essere ben poca e misera cosa.

Quindi cosa resterà dell’Expo 2015 tra sei mesi?
Forse molti contratti stipulati, forniture garantite, flussi di denaro e tecnologie paragonabili a fiumi in piena… ma sempre, purtroppo, tra i Soliti Noti, nessuno dei quali proviene o fa parte di etnie esposte al flagello della Fame quotidianamente.
La mia è demagogia?
Probabilmente sì.
E se molti mi conoscono come persona poco interessata al sociale ed alla salvezza del pianeta, posso assicurare loro che non è cambiato niente: continuo ad essere quello di prima.
Con una differenza, però: io almeno non faccio finta di interessarmi al bene dell’umanità con l’unico intento di incrementare il volume d’affari.
E se mio è cinismo, il loro è solo il più basso e viscido esempio di opportunismo mai visto fin ora.

Quindi buon Expo 2015 a tutti!

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“COME SE”. E IL DEJA VU DIVENTA SCUOLA DI MANIERA

come_se

“Dai la cera con la mano destra, togli la cera con la mano sinistra… fai sempre gli stessi movimenti” diceva il maestro Myagi al suo giovane ed inconsapevole allievo che, tramite la ripetizione ossessiva dello stesso movimento, apprendeva l’arte del Karate senza accorgersene.
Ora, io sono fermamente convinto che con il “dai la cera, togli la cera” uno torna a casa con una faccia gonfia come una zampogna, ma non è questo l’argomento su cui mi sto acciambellando come un gatto sul divano.
La faccia come una zampogna ed acciambellarsi come un gatto… anche scrivendo e parlando correntemente indulgiamo frequentissimamente sulle similitudini per rafforzare i concetti o renderli più chiari; proprio come ci spiegavano sui banchi di scuola sottolineando ogni “similitudo-similitudinis” impiegata da Omero o da Virgilio e meravigliosamente tradotta dal mai abbastanza rimpianto Monti. Quello del “cantami, oh Diva” tanto per capirci.

L’idea ha preso corpo durante un pomeriggio di giardinaggio, mentre stavo spezzando dei rami tagliati per poterli trasportare più agevolmente. Ho notato che le mie mani si muovevano da sole, producendo dei movimenti che spezzavano il legno con economia di forza e non senza una certa eleganza.
Ho rallentato l’azione concentrandomi sul perché mi stessi muovendo in quel modo ed ho razionalizzato che stavo applicando delle leve come quelle impiegate nelle arti marziali per rompere o dislocare un braccio.
Sfruttavo il peso del ramo, il mio stesso peso, e caricavo l’energia nei punti nevralgici della struttura, provocandone l’immancabile e rapida frattura.

Mi è tornato in mente il mio Sensei che, una valanga di anni fa, mi diceva di applicare quella particolare tecnica “come se dovessi spezzare un ramo”… Ecco, Sensei: adesso ho capito.
Ma non è che allora fossi più stupido: semplicemente non mi era mai capitato di spezzare sistematicamente dei rami.
Oggi, invece, dopo che ho impiegato migliaia di volte le tecniche di leva articolare e di torsione in combattimento, mi è venuto naturale impiegarle per rompere dei rami “come se dovessi spezzare un braccio”.
L’uovo e la gallina, tanto per cambiare, ma anche questo non è il fulcro del pensiero.

Ne ho parlato con il mio analista, e per il semplice fatto che non mi abbia aumentato il dosaggio della Paroxetina, deduco che non abbia trovato l’idea troppo balzana.
Ed infatti abbiamo coniato la teoria del “come se”.

Tutto comincia quando siamo bambini.
Le meraviglie del mondo ci assalgono da ogni lato e non riusciamo a smettere di stupirci per qualsiasi cosa. Sgraniamo gli occhi quando indoviniamo il primo animale nascosto nelle forme di una nuvola, ci ipnotizziamo davanti ad una pietra piatta che rimbalza sul pelo calmo dell’acqua, restiamo di stucco vedendo nascere un gattino.
E man mano che andiamo avanti la vita imbandisce per noi un desco colmo di meraviglie e di misteri svelati, giorno dopo giorno, inesorabilmente.
Io ricordo addirittura che rimasi a bocca aperta davanti alla spiegazione di come sommando i quadrati costruiti sui cateti si potesse ottenere quello costruito sull’ipotenusa… e funzionava sempre, non era solo questione di culo!
Però dopo Pitagora le espressioni di meraviglia hanno cominciato a diradarsi fino a sparire, al giorno d’oggi, quasi del tutto.
È quella capacità di sgranare gli occhi e di rimanere con la bocca a formare una “o” che possediamo solo da bambini o – se proprio siamo fortunati – che ricompare sporadicamente nella nostra vita di adulti ostinatamente curiosi.
Un po’ come i bambini che fanno “ohhh” di Povia, che tra le centinaia di stronzate almeno una cosa giusta l’aveva detta.
Ecco: questo è il vero argomento.
Ma non tanto l’incapacità di provare quotidianamente meraviglia, quanto il motivo per il quale non ci riusciamo più.

In sostanza possiamo tranquillamente affermare che entro una ventina di anni trascorsi in questa valle di lacrime, tra insegnamenti familiari, banchi di scuola, nozioni scambiate tra coetanei, discipline sportive praticate e Media (quando è capitato a me internet ancora non c’era, ma a quei tempi leggevamo ancora i giornali cartacei), la nostra mente recepisce, elabora, organizza ed archivia buona parte dello scibile con il quale mai ci incontreremo durante l’intero arco della vita; dalle nozioni semplici ai complessi sistemi di calcolo, dalla capacità di non inciampare nei propri piedi ad elaborati ed armonici gruppi di movimenti… insomma, in due decenni circa acquisiamo tutto quello che ci serve, in un modo o nell’altro.
E poi?
E poi ne dimentichiamo una parte. O meglio: la incanaliamo in rigidi binari di schemi azione/reazione senza minimamente pensare di espandere il concetto ad altre sfere.

Da un certo punto della vita in poi, l’insegnamento di base che ci viene dedicato non è più incentrato sul “guarda questa cosa nuova”, bensì sul “fallo come se stessi facendo quest’altra cosa che già conosci”.
Fateci caso: quante volte ci hanno insegnato a compiere un’azione apparentemente nuova sfruttando schemi mnemonici e motori dei quali già possedevamo la piena consapevolezza?
Quindi non si tratta di imparare una cosa nuova, ma di sdoganare schemi comportamentali consolidati, espandandone l’azione a compartimenti stagni che il nostro cervello non aveva ancora collegato ad essi.

Deja vu.
Il ripescaggio del noto da associare alla specifica funzione per padroneggiare un ignoto che è tale solo grazie a barriere mentali che noi stessi costruiamo ed alimentiamo negli anni.
Dai la cera, togli la cera… spezza il ramo come se fosse un braccio.
Schemi. Semplici schemi mentali e motori che attendono solo di essere collegati alla giusta interfaccia grazie alla lungimiranza di qualcuno che – seppure con infinito merito a livello didattico – si limita a reindirizzare capacità già esistenti.
La ho battezzata la teoria del “come se”, non so se con la condivisione o la infinita pazienza del Professor Stanghellini, ma come ho già detto, il fatto che la Paroxetina non sia stata aumentata mi lascia ben sperare.

Del resto anche per il Conte Mascetti era “come se”.
Certo: come se fosse Antani! 🙂

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SASSI…

sassi

Avete presente il “sassolino nella scarpa”?
Ecco, io di sassolini ne ho talmente tanti che il giorno in cui deciderò di sfilarmi le scarpe e scuoterle, penso di riuscire tranquillamente a realizzare un Giardino Zen.
Ci sono sassolini che riguardano persone, ce ne sono altri che fanno riferimento a situazioni contingenti, ce ne sono altri ancora che marcano il punto su questioni filosofiche e morali.
Ma sono tanti.
Cazzo, se sono tanti!

E quello che mi manda davvero in bestia è la consapevolezza di non poterli snocciolare uno per uno a causa di stupide convenzioni alle quali i cosiddetti rapporti interpersonali sono appiccicati come le cozze ai fottuti scogli… sì, quelli sui quali lasci regolarmente il mignolo del piede quando entri in acqua come un unno alla carica.
Eh, già… perché ci sono cose che non è bello dire.
Cose per le quali “se la potrebbero prendere a male”.
E se invece, tanto per cambiare, se la prendessero in culo? No, eh?.. Pare brutto.

Dunque, urbanità sopra tutto.
Senso del buon condividere e nessuna acredine. Nei confronti di chicchessia.
Sì, anche se Chicchessia è una persona alla quale ti divertiresti volentieri a far implodere la trachea con il solo ausilio dei tuoi pollici, beandoti del gioioso gorgogliare che udresti da quel delizioso coacervo di cartilagini, tessuti molli e sangue…
Ma urbanità, abbiamo detto.
Lasciamo che il signor o la signora Chicchessia non conoscano la sensazione di impossibilità respiratoria indotta dal trauma scientemente inferto (e con un certo gusto, mi si consenta) e mostriamoci urbani e accondiscendenti, continuando a zoppicare a causa di quei fottuti sassolini nelle scarpe che, comunque, fungono da monito e da imperitura memoria, suggellando in debito tra i tuoi pollici e le loro trachee che prima o poi le congiunzioni astrali ti permetteranno di saldare.
Possibilmente in assenza di testimoni oculari, che è sempre una gran cosa.

Ma se una cosa questi sassolini ci insegnano, è l’esercizio della Pazienza.
Sì, l’ho scritto con la maiuscola… e chi mi conosce sa perfettamente che non uso mai nessuna lettera a casaccio, che sia in italiano od in qualsiasi altra lingua viva o morta.
Perché – e, di nuovo, chi mi conosce lo sa – ho il maledetto vizio di controllare quello che scrivo, vuoi per un’innata deriva edonistica, vuoi perché detesto fare figure di merda che qualsiasi esercizio di free-climbing sugli specchi non sarebbe in grado di cancellare.
Pazienza, secondo la filosofia scintoista, intesa come il dominio delle Sette Emozioni (andatevele a cercare: qui si scrive, non si fa didattica, cazzo!)… Pazienza intesa, secondo la più abbordabile filosofia borgatara, come il lasso di tempo intercorso tra quando mi pesti un piede e quando quel piede te lo frantumo con una mazza da cinque chili.

Ma dicono (cito) che “il padre Agatone visse tre anni con un sasso in bocca, finché non riuscì a praticare il silenzio”…
E se non è pazienza questa!
Ma chissà se anche a lui, sotto sotto, gli giravano i coglioni come due turbine…

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