Archivio mensile:Mag 2015

CONFINI INVALICABILI

deluxe

Si tende a parlare del Lusso come di un qualcosa alla quale possa aspirare solo una ristrettissima élite, per la quale già il concetto di “casta” appare fin troppo largheggiante.
Confesso: io stesso mi sono trovato spesso a parlare del Lusso (non per me, beninteso, ma per clienti il cui prodotto aveva a che fare con esso) costringendolo in una dimensione esclusivamente materiale all’interno della quale l’essere era una mera conseguenza dell’avere, nonostante i mille abbellimenti con i quali potevo deviare la traiettoria monorotaia dei concetti.
Lusso inteso come possesso elevato all’ennesima potenza; possesso riferito ad oggetti e persone senza che tra i due si ponesse la minima distinzione, se non meramente e falsamente deontologica o morale.
Che poi “morale” e “Lusso”, inteso secondo quanto poc’anzi esposto, rappresentano un ossimoro di rara perfezione.

Ed anche su coloro i quali gravitano attorno al concetto di Lusso a fini commerciali ci sono tutta una serie di distinguo da porre in essere; innanzitutto è necessario capire se ci troviamo di fronte a dei creativi, dei creatori o dei meri porgitori di prodotto… stavo per scrivere una cosa spiacevole tipo “sciacalli”, “parassiti” o “sanguisughe”, ma oggi è sabato ed ho deciso di essere indulgente anche dei confronti dei sottoprodotti umani di cui sopra.
Ci sono coloro i quali impiegano la propria innata inventiva nell’immaginare e nello stravolgere ogni concetto elitario per trasformarlo in qualcosa di eccessivamente esclusivo, tale da fornire anche a Creso un brivido di desiderio.
Ci sono le persone che si adoperano con sapienza, manualità impeccabile ed innegabile gusto al fine di produrre oggetti unici ed irripetibili, destinati ad una ristrettissima cerchia di nababbi, al solo scopo di confermare, con la materialità degli oggetti, uno status ben preciso e ben visibile, soprattutto a chi tale status non possiede e non possiederà mai.
Poi ci sono gli altri. I porgitori di prodotto: privi di creatività o di estro, ma ricchi di virtù predatorie che gli consentono di appropriarsi delle prime due caratteristiche appartenenti ad altri, rivendendole abilmente come proprie al Creso che si è attaccato scioccamente ad uno dei mille ami che tali soggetti lasciano ondeggiare nel dorato universo del Lusso.

Ma in ogni caso stiamo parlando di prodotti e servizi di carattere élitario che rispondono ad una tanto sparuta quanto economicamente gratificante richiesta proveniente dal mercato.
Ecco! Questi sono i confini invalicabili ai quali alludo nel titolo.
Perché il Lusso – il vero Lusso – non è appannaggio esclusivo di coloro i quali assommano il 90% delle ricchezze mondiali.
Non è qualcosa di estremamente costoso.
Non è qualcosa che le cosiddette persone normali non potranno mai permettersi.
No, signori miei. Quella è semplice ostentazione, provincialità, spocchia.
E non parlo nemmeno della visione New-Age di un Lusso raggiunto tramite l’introspezione placida e la sintonia con il cosmo

Il vero concetto di Lusso è uno stato mentale di estrema spensieratezza, all’interno del quale sappiamo di poter desiderare senza limiti qualcosa che è già stata pensata per noi prima ancora che sapessimo di desiderarla.
E se può sembrare un concetto ermetico, vi invito ad attendere i prossimi sviluppi per capire realmente di cosa sto parlando… perché difficilmente lo faccio a vanvera o vendendo fumo.

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UNICO OVUNQUE. LE VERGINI DAI CANDIDI MANTI.

unicoA volte le parole sono ingannevoli.
Sprazzi di polvere di stelle gettati nel firmamento dell’eccellenza si rivelano essere sordidi brandelli di lestofanti truccati da gentiluomini, in un sottobosco composto da mezze figure che, al massimo, riescono a procrastinare l’Armageddon promettendo soluzioni rapide ed indolori.
Cazzate!

Se nella maggior parte dei miei post incazzati mi sono limitato ad alludere a categorie di bastardi figli di mignotte decrepite, senza farne sacrosantamente i nomi, adesso mi sono scocciato del mio stesso fair play ed ho deciso di snocciolare la completa genealogia dei mettìnculi suddetti con tanto di patenti di nobiltà.

Unico Ovunque, dicevamo. Ovvero una Società a Responsabilità (molto) limitata con sede in Piazza della Repubblica (Firenze), protesa verso la promozione dell’Eccellenza Italiana nel mondo. Con tanto di sede a Sochi (in Russia, dove ci sono le migliori mignotte, tanto per capirci) e roboanti proclami sul Lusso, lo Stile ed il Design made in Italy.

Questo nelle chiacchiere. Nei fatti, una società contratta tra due distinti signori (il signor Alessandro De Francesco, paesaggista, e l’architetto Cristiano Boni) che hanno commissionato al sottoscritto (verbalmente, che diamine… che a farlo per iscritto poi tocca pagare) una serie di lavori mai (e sottolineo “mai”) retribuiti, nonostante le molteplici promesse che il loro avvocato (tale Francesco Giani… e per le credenziali consultate pure questo LINK) ha vomitato nei confronti del mio rappresentante legale circa un saldo da effettuarsi entro il primo mese del 2015…  oggi siamo alla fine di maggio e non ho ancora visto l’anima di un cazzo di Euro… n.d.r.

Unico Ovunque, dicevamo… Trecentocinquanta metri quadri in Piazza della Repubblica, arredati con quanto messo a disposizione da Partners nei confronti dei quali (cito testualmente il De Francesco) “per quello che pagano, pagare l’affitto ed aprire la porta è anche troppo”.
Per fugare eventuali dubbi dispongo della registrazione.

Unico Ovunque, che si è appropriato del nome da me creato senza chiedere la benché minima autorizzazione, e che al mio far notare come il nome della società fosse oggetto di un furto di proprietà intellettuale, ha risposto (sempre nella persona del De Francesco e sempre suffragabile da registrazione) che il nome era scaturito da una conversazione davanti al caminetto del Podere, la sua tenuta in provincia di Pistoia, quando io dispongo di documenti che accertano la paternità dell’idea in tempi decisamente anteriori al loro cazzo di caminetto, che ci si potessero arrostire tutti quanti insieme!

Unico Ovunque… in poche parole una banda di disonesti, capaci solo di sopravvivere sull’inventiva degli altri e privi di qualsiasi forma di creatività propria.

Unico Ovunque… ricordate questo nome, perché se avete delle idee originali e potenzialmente redditizie, probabilmente le vedrete messe in atto da loro.
Ovviamente a vostra insaputa!

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BACK ON THE SADDLE. E SI RICOMINCIA A SCRIVERE!

follower

Periodi che si alternano a periodi.
Ovviamente mi riferisco ai periodi felici era quelli letteralmente merda.
Ma tra gli uni e gli altri si inseriscono, come keyframes nella timeline di un editor video (e se non sapete di cosa cazzo parlo mi dispiace per voi), delle sacche di tranquillità all’interno delle quali trovano posto interessi e passioni personali.
Come quella di scrivere.
Ed è proprio in questo intervallo posto a metà strada tra il reale e l’onirico che si fanno spazio le parole di un romanzo a cui sto lavorando tra una sacca di bonaccia e l’altra… oddìo: lavorare è una parola grossa. Diciamo che mi ci sto divertendo e che ci impiego il tempo che non ho.
Ma del resto siamo solo di passaggio in questa valle di lacrime; e chi vuol esser lieto – dice Lorenzo – sia, perché del doman – ribadisco io – l’unica certezza è rappresentata dal processo di decomposizione di tessuti organici.

E per la gioia dei grandi e dei piccini, ecco un passaggio del lavoro in corso, che ha provvisoriamente il titolo di “The Follower”.

… Non riusciva a staccare lo sguardo dai Ramones e si scoprì a chiedersi cosa ci facessero sulla t-shirt di un ragazzino che sicuramente non li aveva mai nemmeno sentiti nominare.
Lui invece se li ricordava bene.
Johnny, DeeDee, Tom e Joey. I Ramones, cazzo!
Protagonisti della musica Punk-Rock degli anni settanta e ottanta… Roba il cui ascolto, per un sedicenne della peggiore Louisiana retrograda, era paragonabile ad una dichiarazione di guerra nei confronti del mondo.

Improvvisamente nella sua mente prese a rimbombare il ritmo forsennato di “Surfin’ Bird”, riarrangiato dai quattro ribelli del Queens sul vecchio successo dei Trashmen.
Ricordava perfettamente la copertina del vinile che conteneva il brano; era “Rocket to Russia” e ritraeva a tutto campo i quattro fratellini appoggiati ad un muro, tutti con degli occhiali che già allora erano improponibili.
E mentre il suo cervello ripeteva per l’ennesima volta che l’uccello è la parola, la faccia di Tommy Ramone esplose in un fiotto rosso che staccò la spina al dj-set mnemonico riportando Emmett bruscamente al presente.

Gli occhi del ragazzo divennero enormi e si fissarono per un attimo in quelli del poliziotto, poi le gambe cedettero e cadde pesantemente sulle ginocchia, mentre da quella che una volta era la faccia del batterista, la chiazza scura e lucida si stava rapidamente allargando verso Joey e Dee Dee.
Curiosa coincidenza, si sorprese a pensare Emmett, che proprio l’unico Ramone ancora in vita fosse stato quello fatto esplodere dalla raffica dell’MP7.

Il ragazzo cadde riverso sul pavimento e per un lunghissimo istante lo sguardo di Emmett incrociò quello del colombiano, rimasto visibile al di là della porta.
Lo stava scrutando proprio da sopra le tacche di mira della Glock, ed Emmett avrebbe dovuto solo premere il grilletto per centrarlo in mezzo agli occhi, ma non lo fece.
Joey Ramone stava ancora dicendo che, bene, tutti avevano sentito parlare dell’uccello… e Robert Lee Emmett non fece fuoco.

E per adesso, that’s all, folks.
Alla prossima! 🙂

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COMPAGNI DI MERENDE

expoExpo 2015.
Come al solito arriviamo a dare le ultime martellate ed a girare le ultime viti dei padiglioni nella proverbiale zona Cesarini, con la certezza che nemmeno questa volta il nastro tagliato aprirà la via verso un’opera completamente terminata.
Ma – dicono – se gli addetti ai lavori nell’ultimo mese hanno lavorato giorno e notte? Probabilmente se avessero lavorato durante tutta la normale giornata lavorativa nei mesi precedenti, non solo si sarebbero risparmiati i turni by night, ma avrebbero anche consegnato agli occhi del mondo un Expo terminato e completo in ogni dettaglio.
Ma non è questo che mi interessa: finito o da finire, la struttura dell’Esposizione Universale di Milano rimane sempre un’opera davanti alla quale fare “Ohhhhh” di meraviglia, anche se qualcosa è ancora da ultimare.

No. Quello di cui vorrei parlare è proprio il concetto stesso che permea ogni centimetro quadrato dei quasi 150 padiglioni e con il quale ci polverizzano le palle da così tento tempo da rendere già vecchie le linee guida di un’esposizione che ha appena aperto i battenti: l’Alimentazione, il Cibo, il Sostentamento del genere umano e le peculiarità degli alimenti provenienti dai quattro angoli del pianeta, il tutto esploso in un tripudio di multimedialità come nemmeno George Lucas avrebbe mai osato immaginare, dopo una sbronza di proporzioni cicolpiche.

Cibo, dunque.
Nutrizione e fonte di vita, spiegate nei minimi dettagli e presentate secondo un approccio sinestesistico al quale avrebbero fatto fatica ad aspirare anche i più iperbolici tra i Decadenti.
Migliaia di metri quadrati disseminati di tecnologie d’avanguardia, srotolati davanti al mondo intero per riuscire a connettere ogni visitatore con la produzione alimentare di ogni singolo Paese e con le peculiarità ad esso legate secondo schemi geografici, storici, culturali e politici.
Una mole impressionante di informazioni da immagazzinare ed elaborare come un bolo mnemonico, parallelamente al bolo fisico che viene digerito da centinaia di migliaia di intestini affamati di cultura e di cibarie, lasciati liberi di vagare lungo il Decumano (ideona, eh?..) ad intasarsi delle più improbabili combinazioni alimentari come un gigantesco insaccato semovente.
Sushi metabolizzato insieme alla carne di renna affumicata ed innaffiato con profumati distillati caraibici; una miscela kafkiana capace di  trasformare l’apparato digerente in qualcosa da sparare direttamente nello spazio con la prossima Sonda Voyager, per far capire agli Alieni fino a che punto di aberrazione possa arrivare un essere umano lasciato libero di ingozzarsi una volta privato delle frontiere fisiche che il mondo reale interpone (previdentemente) tra una portata e l’altra.
Ma anche questo è un finto problema, a parte il fatto che le pietanze servite nei vari padiglioni possano costare come un semestre di retta scolastica in un buon istituto privato… no: diciamo che anche questo è solo il miraggio generato dal nocciolo della questione; dal nucleo vivo e vitale dell’apocalittica assurdità sulla quale si basa l’intero Expo 2015.

Solo una domanda: quanto sono costati tutti i padiglioni e la struttura contenitiva dell’Esposizione Universale?
Quanto ci si è concentrati sul Cibo come Risorsa Vitale UNIVERSALE (ovvero alla portata di tutti) e quanto sul cibo come pretesto per allestire strutture spettacolari, frutto delle masturbazioni creative di non si sa più quante migliaia tra architetti ed ingegneri?
Ve lo dico io: il rapporto è di mille a uno… e penso di arrotondare in favore dell’uno.
Al termine dell’Expo 2015 ci ritroveremo ad ascoltare l’eco degli “Ohhh” di meraviglia che si spegne pian pianino lungo il Decumano (ripeto: ideona, eh?..) ed a gestire lo smantellamento di padiglioni ormai inutili, con tutti i costi che possiamo ben immaginare.
La struttura rimarrà in piedi – tipo Pompei… avete presente, no? – come imperitura testimonianza dello sforzo creativo del mondo intero nei confronti della cultura alimentare, e meravigliosi cataloghi patinati verranno inviato in omaggio alle autorità ed ai soliti Compagni di Merende.

E poi?
Come “e poi”?
E poi basta, no?

O pensavate davvero che un’Esposizione Universale incentrata sul concetto di Alimentazione, ponesse tra i suoi nobili fini anche quello di tentare di risolvere la piaga della fame nel mondo?
“Fame” ed “Alimentazione” sono due concetti antitetici per definizione, senza considerare che il becero e greve spettro del primo rovina il raffinato piacere del secondo.
La Fame non c’entrava con l’Expo 2015.

Anche perché sarebbe bastato costruire un unico padiglione nel quale mostrare cosa si era potuto fare realmente, impiegando gli stessi miliardi di euro spesi per la realizzazione di padiglioni futuristici ed autocelebrativi, nell’assistenza di chi veramente sa cos’è la fame e nella ricerca per combattere un flagello sempre più presente, ma sempre più ignorato.
La “foresta in scatola di montaggio” e la desalinizzazione del mare sono due buone cose, ma davanti al lusso, allo sfarzo ed allo spreco presente in tutti gli altri padiglioni del’Esposizione Universale, risultano essere ben poca e misera cosa.

Quindi cosa resterà dell’Expo 2015 tra sei mesi?
Forse molti contratti stipulati, forniture garantite, flussi di denaro e tecnologie paragonabili a fiumi in piena… ma sempre, purtroppo, tra i Soliti Noti, nessuno dei quali proviene o fa parte di etnie esposte al flagello della Fame quotidianamente.
La mia è demagogia?
Probabilmente sì.
E se molti mi conoscono come persona poco interessata al sociale ed alla salvezza del pianeta, posso assicurare loro che non è cambiato niente: continuo ad essere quello di prima.
Con una differenza, però: io almeno non faccio finta di interessarmi al bene dell’umanità con l’unico intento di incrementare il volume d’affari.
E se mio è cinismo, il loro è solo il più basso e viscido esempio di opportunismo mai visto fin ora.

Quindi buon Expo 2015 a tutti!

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