PAROLACCE…

vocabolario

Nota.
Il post che segue è stato scritto nel febbraio di quest’anno e tenuto a lungo nel cassetto bio del frigorifero per farlo decantare, nel dubbio che qualcuno si potesse offendere.

Ma visto che, in seguito a determinate scelte di Campo effettuate in modo che definire lapalissiano risulterebbe un puro e pudico eufemismo, del fatto che qualcuno possa offendersi non me ne importa più un sedicesimo di fava, ecco a voi il post, in tutto il suo virginale ed intonso eloquio.

Mi si rimprovera spesso il fatto di dire o scrivere troppe parolacce, contravvenendo alle più elementari norme di bon-ton e di civile convivenza con il prossimo.
Sinceramente non posso dare torto a chi mi muove una simile critica: avrò mille difetti, ma so riconoscere quando un rimprovero mi viene mosso a ragion veduta.
Poi magari me ne frego, ma tra me e me lo riconosco.
Solo che vorrei soffermarmi un istante sul concetto stesso di “parolaccia” e su quanto esso possa mutare in base al significato che di volta in volta possiamo e vogliamo attribuirgli.
Il gentilissimo dottor Garzanti (sempre presente per chi voglia prendersi la briga di interpellarlo, al limite anche online), ci fornisce la seguente definizione: “peggiorativo di parola – parola sconcia, volgare o detta per offendere”.

Nessun dubbio!
Nella sua immensa ed instancabile opera volta a colonizzare l’altrui ignoranza con il seme del sapere, l’ineffabile dottor Garzanti coglie immancabilmente nel segno facendomi notare come la mia sconcezza e volgarità possano essere sia un peggiorativo semantico fine a se stesso, quanto una forma verbale per recare ingiuria al prossimo.
E sticazzi, anche per rimanere in tema, non ce lo vogliamo aggiungere?
Quello che il nostro buon amico non puntualizza, è come spesso parole non atte ad offendere in senso stretto, si rivelino ben più oltraggiose di un vaffanculo urlato a pieni polmoni dal finestrino, con tanto di supporto digitale fornito dal medio mostrato tanto fallicamente quanto orgogliosamente eretto e svettante contro l’azzurro del cielo.
Mi riferisco alle parole usate a sproposito, con leggerezza o fidando unicamente su quel che si crede possano significare, senza sprecare un solo istante del proprio tempo per controllarne esattezza ed adeguatezza, se non altro per rispetto di chi ci ascolta o ci legge.

Sì, perché se è vero che una parolaccia denota scarsa sensibilitâ o rispetto nei confronti di un interlocutore, è altrettanto vero che l’usare termini a vanvera pensando che chi abbiamo di fronte non sia in grado di riconoscerne l’impiego improprio, non possa essere connotato esattamente come un segno di devoto rispetto.
Sinceramente preferisco un interlocutore che ogni tanto intercala il discorso con una qualche espressione colorita, ad un interlocutore che non mi reputa abbastanza intelligente o abbastanza colto per capire se mi stia propinando una supercazzora brematurata o meno.
Poi ci sono quelli che storpiano le parole o le utilizzano a sproposito solo perché piu in lá di tanto non arrivano, ma loro sono un gruppo a parte del quale non sto parlando in questo momento.
No. Io parlo proprio di quelli che si tengono ben lungi da qualsiasi strumento di approfondimento, reputandolo evidentemente superfluo, antiquato o poco à la page… che si pronuncia “alapàg” con la g strascicata: è francese e non vuol dire “alla pagina”, ma “alla moda”.
Oh, ma bisogna dirvi proprio tutto, eh?

Dice, ma perché questo sproloquio su un simile argomento?
Semplice: in primo luogo perché proprio oggi mi sono imbattuto in una parola che mi aveva già fatto drizzare i peli degli avambracci tempo fa, ma trovandomela nuovamente sotto al naso e dovendo lavorare tutto intorno ad essa, mi è salita un attimino la carogna.
In secondo luogo, citando la mia adorata Samantha di Sex and the City, per lo stesso motivo per il quale i cani si leccano le palle: perché posso farlo.

Ecco dunque il casus belli: in un contesto di interior design viene utilizzato il termine “edonismo”.
Il problema attorno a questa parola nasce quando – anni ed anni fa – un giovane Roberto d’Agostino coniò l’espressione “edonismo reaganiano” e la utilizzò a mo’ di tormentone durante una trasmissione televisiva di cui al momento non ricordo il titolo.
D’Agostino, che non amo troppo, ma al quale attribuisco senza tema di smentita un buono spessore culturale, conosceva perfettamente il significato di “edonismo”, ma lo utilizzò in modo volutamente improprio per creare una dissonanza linguistica capace di assurgere in breve tempo a modo di dire. Cosa che peraltro avvenne puntualmente.
Ma il fatto che lo abbia fatto lui, con l’ovvio scopo di divertire (erano tempi in cui Dagospia non era nemmeno nella mente dell’Onnipotente e D’Agostino stava a metà strada tra un comico ed un critico, nei rari momenti in cui non prendeva a ceffoni Sgarbi sul palcoscenico di Maurizio Costanzo), non autorizza altri a perseverare nell’errore pensando pure di utilizzare un lessico ricercato ed ammantarsi di carismatico mistero, tanto per tirare anche Battiato nel calderone di oggi.

Un edonista, bimbi belli, è colui che persegue come massimo fine il piacere, rifacendosi in parte alla filosofia di Epicuro ed alla scuola cirenaica.
Ben poco ha da spartire con chi ricerca la purezza, l’armonia o l’equilibrio delle forme.
Quello è un esteta, e si ispira più ad un ottocento letterario disseminato dei vari Huysmans, Wilde e d’Annunzio che non alle scuole di pensiero a cui accennavo poc’anzi.
Proprio Huysmans nel caso specifico (e concedetemi ‘sta botta di cultura in una Rete pervasa dall’ignoranza pianeggiante e sconfinata di chi cita WIlde solo perché frequenta le pagina dedicata agli aforismi da Baci Perugina), incarna gli ideali dai quali un esteta dell’arredamento dovrebbe trarre spunto, raccontando di come il protagonista del suo più famoso romanzo “à rebour” (a ritroso) fa incastonare delle pietre preziose sul carapace di una tartaruga che tiene libera per casa, affinché il costante movimento di essa porti le pietre a muoversi senza posa, permettendo alla luce di esaltarne la bellezza.
Follia, certo, ma permeata di estetica.
E probabilmente un seguace della filosofia edonistica avrebbe investito il denaro speso per le pietre preziose in champagne, cibi ricercati e prosperose mignotte al fine di saziare il proprio appetito di piacere immediato, fine a se stesso e soddisfatto con il proprio raggiungimento.
Per ulteriore conferma e per mantenermi volutamente superpartes, riporto la definizione di “edonismo” fornita – stavolta – dallo spettabile dottor Treccani, nella sua eterea, ma prestante, versione online:

edonismo Dottrina filosofica che pone come fine dell’azione umana il piacere. È rappresentata soprattutto dalle dottrine di Aristippo di Cirene e di Epicuro, peraltro tra loro divergenti nella determinazione del concetto di piacere, consistente, per il primo, in una condizione positiva di godimento e, per il secondo, in una condizione negativa, di assenza del dolore. Variamente criticato nell’arco della storia della filosofia, e in particolare da I. Kant, l’e. è stato rivalutato da alcuni autori contemporanei, come H. Marcuse, sulla base di teorie psicologiche per la funzione positiva del piacere sullo sviluppo armonico della personalità.

Insomma, in soldoni, preferireste farvi arredare la casa da Le Corbusier o da Berlus… Ehm, da un puttaniere incallito?
Certo, se poi ci vogliamo annodare tra le spire della Rete, troveremo sicuramente anche dei cavilli pseudolinguistici capaci di riportare l’edonismo ad un livello di percezione estetica, ma sarà comunque un arrampicarsi su degli specchi resi leggermente più ruvidi solo dalle compiacenti inesattezze di un Web nel quale chiunque può assurgere ad un autoproclamato stato di maître à penser… perfino io, figuratevi un po’!
Sarebbe stato sufficiente controllare con il prezioso ausilio del dottor Garzanti il significato letterale di “edonismo” per evitare di usarlo a sproposito, quando non addirittura a proprio detrimento.
E questo semplicemente per non mancare di rispetto a chi legge o ascolta.
Per donare, anche tramite l’impegno profuso nell’utilizzare una corretta esposizione, quel piccolo e sempre più raro gioiello chiamato “attenzione”.

E quindi?
E quindi, se chiunque può scrivere ciò che vuole senza doverne rendere conto a chicchessia, non lamentiamoci se ogni tanto scrivo “cazzo”.
Perlomeno ne conosco il significato e lo uso sempre con cognizione di causa.

La parolaccia, dico… 🙂

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One thought on “PAROLACCE…

  1. madamerevanche ha detto:

    Noto con gioia che ancora combattete fieramente il turpiloquio.
    Già, perché parlare di un divano edonista è atto turpe, non una sgrammaticata espressione di spirito.
    Non considero invece turpe usare un “cazzo” ogni tanto, anzi.
    Esso rammenta all’uomo il luogo ove, sperabilmente, non dovrebbe tenere la testa con la quale pensa, ed alla donna che romperlo ogni punto e momento con questioni di poco conto è prese di posizione ridicole nuoce assai alle relazioni amorose.

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