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RICOMINCIARE DA ZERO

again

Ricominciare da zero non rappresenta mai un sentiero semplice da percorrere, anche in presenza della volontà di dare vita ad una nuova pagina della propria esistenza.
Ricominciare da zero perché alle nostre spalle riusciamo a scorgere soltanto macerie fumanti, lo è ancora meno.
Farlo addirittura perché tra le macerie fumanti campeggia una carta di identità che scandisce laconica la data “1965”, poi, diventa quasi una missione impossibile.
Ma dato che, da convinto sostenitore del buon vecchio Nietzsche mi ritrovo a caldeggiare la teoria del “ciò che non mi uccide mi rende più forte”, penso proprio che, seppure rinunciando ai mirabolanti effetti speciali di Tom Cruise, accetterò la missione impossibile di buon grado, o quantomeno senza protestare troppo veementemente.

Macerie fumanti, dicevamo.
Sì: alcune fumanti, altre già raffreddate dallo scorrere del tempo, a delimitare un percorso che si snoda attraverso più di trenta anni e che riporta a mo’ di pietre miliari  un numero imprecisato di decisioni sbagliate, di sogni spezzati, di amicizie mendaci e di coincidenze nefaste.
I pochi punti di luce – di vera luce – rischiarano qua e là il percorso come piccole lampadine dal vetro ingiallito, simili agli ex-voto atti a confortare la memoria del Caro Estinto che eravamo soliti osservare nel salotto buono di quella Nonna Felicita della quale ognuno di noi, in un’infanzia più o meno lontana, ha potuto beneficiare.
E comunque ci sono.
Piccoli, fiochi, ingialliti e poco luminosi, ma i punti di luce ci sono, come a voler mantenere in vita un risibile firmamento personale che si può scambiare per effimero, quando invece di effimero c’è solo il grande inganno sul quale si sono basati tanti sogni di carta, bruciati ed accartocciati come stupide e presuntuose falene, dall’impietosa ed ingannevole fiammella dell’esistenza.

Ricominciare da zero non è mai neanche una scelta, o almeno non lo è totalmente: è la risultante di giorni e giorni – quando non mesi o anni – di riflessioni personali palleggiate tra rumine ed abomaso nel più classico ruminare solitario, così caro all’essere umano ancora dotato di pensiero  e di capacita introspettiva.
Lo si fa giocoforza.
Giocoforza.
Un termine dal sapore vagamente arcaico caduto quasi in disuso e seppellito da decine di neologismi anglofoni o tecnologici; un termine, però, che in quattro semplici sillabe traccia l’intera mappa di un pensiero che conduce ad una “scelta” più o meno obbligata.
E, giocoforza, si ricomincia da zero.
Detto per inciso: so che avete contato sulla punta delle dita le sillabe di “giocoforza”. Siamo tutti così prevedibili…

Ricominciare da zero senza sogni eccessivi, stavolta; magari un po’ più disillusi e meno creduloni che in passato; magari senza troppe certezze e carichi solo di un basto fatto di timori, ma al tempo stesso forti del fatto che se ne siamo usciti vivi questa volta – parafrasando il capolavoro nato dal connubio tra John Kander e Fred Ebb – niente e nessuno potrà più ucciderci.
Ed è questa la vera missione impossibile, perché chiunque è capace di ricominciare da zero, ma solo chi è già morto una volta sa che la sofferenza, l’umiliazione e la sconfitta sono la lama di una falce fienaia che può mietere sferrando un solo colpo.
Con violenza, certo, e con la ferma determinazione di recidere alla base il frumento davanti a sé, ma persa l’occasione non potrà tornare sui suoi passi, perché il semplice stelo di frumento si sarà trasformato in dura ed impenetrabile corteccia secolare.

Siamo umani e possediamo ancora quella briciola di istinto che ci consente di capitalizzare sventure ed errori per trasformarli in esperienza, certi una volta di più che tutto ciò che non ci uccide ci rende veramente più forti.
E se sento ancora i polsi che battono significa che sono vivo, perdio, e molto più forte di quanto sia mai stato nei giorni in cui mi concedevo ancora il roboante lusso di sognare.

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The green fields of Mugello

graveyard

Era d’obbligo: da neocinquantenne non potevo esimermi dal riflettere sul significato della vita e – tantomeno – dal condividere l’esito di tali riflessioni con lo sparuto manipolo di folli che segue le mie dissertazioni online sulle tristemente famose pagine di WordPress.
Significato della vita e – come ovvio ed immancabile contraltare – significato del suo termine fisiologico e di quel vasto territorio inesplorato che va comunemente sotto al nome di Morte.

Niente riflessioni lacrimose, comunque, né eccessivamente dissacranti sullo stile Monty Python, quanto poche semplici linee di pensiero scaturite da un processo cognitivo e deduttivo innescato da semplici eventi quotidiani, come al solito.
In sostanza sto riferendomi alla sera del tre luglio, durante la quale ho avuto l’immenso piacere di festeggiare il mio cinquantesimo compleanno lontano dall’afa fiorentina, nel giardino della mia casa insieme ad un considerevole numero di amici allietati da libagioni degne di un baccanale di boccaccesca memoria.

Piccola premessa.
Il titolo dell’articolo e l’illustrazione riportata qui in alto fanno preciso riferimento ad una canzone di Eric Bogle (peraltro meravigliosamente riadattata dai Dropkick Murphy’s) dal titolo “The green fields of France”, nella quale l’autore immagina un dialogo con un soldato di nome William McBride, sulla tomba del quale si siede per riposare.
Se non la conoscete vi invito caldamente a ricercarla in Rete e ad ascoltarla con attenzione: male non può certo farvi.

Posto ciò, torniamo all’argomento principale senza tergiversare oltre.
Riflessioni sul significato della vita e della morte, dicevamo… riflessioni indotte dal superamento di una boa essenziale come quella rappresentata dal mezzo secolo di esistenza ed elaborate secondo schemi mentali che, nonostante l’eccellente Professor Stanghellini si ostini a rassicurarmi circa la loro mancanza di pericolosità sociale, mi sorprendono ogni volta per la totale assenza di qualsivoglia forma di complice delicatezza.
Vengono giù così come gli pare, insomma, dirompenti come il martello di Thor e rapidi come l’Agenzia delle Entrate se fai un errore nella dichiarazione dei redditi.

Mi guardavo intorno, venerdì sera mentre mi accingevo a tagliare la torta di compleanno, circondato da persone allegre che prorompevano in applausi scroscianti, facendo con essi incazzare come un orco la mia cagnolona Lea che non tollera gli schiamazzi, ed al tempo stesso venivo folgorato da un pensiero assurdo: quante di queste persone parteciperanno anche al mio funerale?

Togliete le mani dai genitali e continuate a leggere, perché la cosa è meno assurda di quanto possa sembrare.
In linea di massima partecipare ad una festa di compleanno, quando oltretutto si sa che il festeggiato prepara dei cocktails da far impallidire il barman dell’Harry’s Bar di Torcello e cucina meglio di quei quattro stracciaculi che conducono Masterchef, non presenta grandi difficoltà: mangiare bene, bere meglio e fare un po’ di sano casino è nel DNA dell’essere umano fin da quando perse la coda trasformandola in coccige.
Altra storia, invece, quando si tratta di sorbirsi una pallosissima cerimonia funebre, magari officiata da un prete che nemmeno conosceva il caro estinto, stipati in una cappella puzzolente di fiori appassiti ed incenso, strizzati in abiti scomodi che normalmente non indosseremmo nemmeno sotto la minaccia delle armi.
A meno che in mezzo a quella sei assi di abete non si trovino le spoglie mortali di qualcuno la cui mancanza ci fa scendere almeno una lacrimuccia dietro alle lenti scure inforcate per l’occasione.

Ecco: questo è ciò che mi sono chiesto nella frazione di secondo in cui una sinapsi si accende tra un neurone e l’altro, prima che il neurone accanto (quello serio) gli molli una sberla ricordandogli che non solo lì per diffondere simili cazzate, perdìo!
Ma il collegamento c’era stato, ed il processo mentale non poteva arrestarsi.
Ho guardato le persone che cantavano “tanti auguri a te” ed ho pensato chi di loro non mi sarei meravigliato di vedere nella cappella di cui sopra.
Molti, per fortuna.
Paradossalmente anche qualcuno che non era presente, ma che so (o spero di sapere) non mancherebbe all’altra circostanza.

Magari per assicurarsi che le sei famose assi di abete mi contengano davvero! 🙂

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UNICO OVUNQUE. LE VERGINI DAI CANDIDI MANTI.

unicoA volte le parole sono ingannevoli.
Sprazzi di polvere di stelle gettati nel firmamento dell’eccellenza si rivelano essere sordidi brandelli di lestofanti truccati da gentiluomini, in un sottobosco composto da mezze figure che, al massimo, riescono a procrastinare l’Armageddon promettendo soluzioni rapide ed indolori.
Cazzate!

Se nella maggior parte dei miei post incazzati mi sono limitato ad alludere a categorie di bastardi figli di mignotte decrepite, senza farne sacrosantamente i nomi, adesso mi sono scocciato del mio stesso fair play ed ho deciso di snocciolare la completa genealogia dei mettìnculi suddetti con tanto di patenti di nobiltà.

Unico Ovunque, dicevamo. Ovvero una Società a Responsabilità (molto) limitata con sede in Piazza della Repubblica (Firenze), protesa verso la promozione dell’Eccellenza Italiana nel mondo. Con tanto di sede a Sochi (in Russia, dove ci sono le migliori mignotte, tanto per capirci) e roboanti proclami sul Lusso, lo Stile ed il Design made in Italy.

Questo nelle chiacchiere. Nei fatti, una società contratta tra due distinti signori (il signor Alessandro De Francesco, paesaggista, e l’architetto Cristiano Boni) che hanno commissionato al sottoscritto (verbalmente, che diamine… che a farlo per iscritto poi tocca pagare) una serie di lavori mai (e sottolineo “mai”) retribuiti, nonostante le molteplici promesse che il loro avvocato (tale Francesco Giani… e per le credenziali consultate pure questo LINK) ha vomitato nei confronti del mio rappresentante legale circa un saldo da effettuarsi entro il primo mese del 2015…  oggi siamo alla fine di maggio e non ho ancora visto l’anima di un cazzo di Euro… n.d.r.

Unico Ovunque, dicevamo… Trecentocinquanta metri quadri in Piazza della Repubblica, arredati con quanto messo a disposizione da Partners nei confronti dei quali (cito testualmente il De Francesco) “per quello che pagano, pagare l’affitto ed aprire la porta è anche troppo”.
Per fugare eventuali dubbi dispongo della registrazione.

Unico Ovunque, che si è appropriato del nome da me creato senza chiedere la benché minima autorizzazione, e che al mio far notare come il nome della società fosse oggetto di un furto di proprietà intellettuale, ha risposto (sempre nella persona del De Francesco e sempre suffragabile da registrazione) che il nome era scaturito da una conversazione davanti al caminetto del Podere, la sua tenuta in provincia di Pistoia, quando io dispongo di documenti che accertano la paternità dell’idea in tempi decisamente anteriori al loro cazzo di caminetto, che ci si potessero arrostire tutti quanti insieme!

Unico Ovunque… in poche parole una banda di disonesti, capaci solo di sopravvivere sull’inventiva degli altri e privi di qualsiasi forma di creatività propria.

Unico Ovunque… ricordate questo nome, perché se avete delle idee originali e potenzialmente redditizie, probabilmente le vedrete messe in atto da loro.
Ovviamente a vostra insaputa!

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BACK ON THE SADDLE. E SI RICOMINCIA A SCRIVERE!

follower

Periodi che si alternano a periodi.
Ovviamente mi riferisco ai periodi felici era quelli letteralmente merda.
Ma tra gli uni e gli altri si inseriscono, come keyframes nella timeline di un editor video (e se non sapete di cosa cazzo parlo mi dispiace per voi), delle sacche di tranquillità all’interno delle quali trovano posto interessi e passioni personali.
Come quella di scrivere.
Ed è proprio in questo intervallo posto a metà strada tra il reale e l’onirico che si fanno spazio le parole di un romanzo a cui sto lavorando tra una sacca di bonaccia e l’altra… oddìo: lavorare è una parola grossa. Diciamo che mi ci sto divertendo e che ci impiego il tempo che non ho.
Ma del resto siamo solo di passaggio in questa valle di lacrime; e chi vuol esser lieto – dice Lorenzo – sia, perché del doman – ribadisco io – l’unica certezza è rappresentata dal processo di decomposizione di tessuti organici.

E per la gioia dei grandi e dei piccini, ecco un passaggio del lavoro in corso, che ha provvisoriamente il titolo di “The Follower”.

… Non riusciva a staccare lo sguardo dai Ramones e si scoprì a chiedersi cosa ci facessero sulla t-shirt di un ragazzino che sicuramente non li aveva mai nemmeno sentiti nominare.
Lui invece se li ricordava bene.
Johnny, DeeDee, Tom e Joey. I Ramones, cazzo!
Protagonisti della musica Punk-Rock degli anni settanta e ottanta… Roba il cui ascolto, per un sedicenne della peggiore Louisiana retrograda, era paragonabile ad una dichiarazione di guerra nei confronti del mondo.

Improvvisamente nella sua mente prese a rimbombare il ritmo forsennato di “Surfin’ Bird”, riarrangiato dai quattro ribelli del Queens sul vecchio successo dei Trashmen.
Ricordava perfettamente la copertina del vinile che conteneva il brano; era “Rocket to Russia” e ritraeva a tutto campo i quattro fratellini appoggiati ad un muro, tutti con degli occhiali che già allora erano improponibili.
E mentre il suo cervello ripeteva per l’ennesima volta che l’uccello è la parola, la faccia di Tommy Ramone esplose in un fiotto rosso che staccò la spina al dj-set mnemonico riportando Emmett bruscamente al presente.

Gli occhi del ragazzo divennero enormi e si fissarono per un attimo in quelli del poliziotto, poi le gambe cedettero e cadde pesantemente sulle ginocchia, mentre da quella che una volta era la faccia del batterista, la chiazza scura e lucida si stava rapidamente allargando verso Joey e Dee Dee.
Curiosa coincidenza, si sorprese a pensare Emmett, che proprio l’unico Ramone ancora in vita fosse stato quello fatto esplodere dalla raffica dell’MP7.

Il ragazzo cadde riverso sul pavimento e per un lunghissimo istante lo sguardo di Emmett incrociò quello del colombiano, rimasto visibile al di là della porta.
Lo stava scrutando proprio da sopra le tacche di mira della Glock, ed Emmett avrebbe dovuto solo premere il grilletto per centrarlo in mezzo agli occhi, ma non lo fece.
Joey Ramone stava ancora dicendo che, bene, tutti avevano sentito parlare dell’uccello… e Robert Lee Emmett non fece fuoco.

E per adesso, that’s all, folks.
Alla prossima! 🙂

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DOWNGRADE

graffiti

In controtendenza. Senza remora alcuna. Mettendoci la faccia.
… e “sticazzi” non lo vogliamo dire?

Certo che sì! E senza rimpianti né rimorsi… che poi mi son sempre chiesto se i primi discendano dai secondi o i secondi dai primi, ma di questo passo abbandonare le camicie allacciate autonomamente dal davanti per quelle allacciate da solerti e nerboruti paramedici dal dietro (e con le cinghie) è questione di un battito di ciglia; quindi tiriamo innanzi senza abbandonarsi ad oziose quanto perigliose elucubrazioni.

“Downgrade”, dicevamo. Ovvero “regressione”, “arretramento”, “ritorno al passato”.
E se escludiamo quello di verdura, per il quale – vi confesso – nutro una vera passione, ogni riferimento al tempo che fu riveste al giorno d’oggi una sorta di giglio dell’infamia con cui bollare coloro i quali rifuggono la corsa al “ce l’ho più lungo io” di tecnocratico stampo.
Sì, perché oggi è giusto bivaccare fuori dalle porte di un centro commerciale, in attesa che si dischiudano come quelle labbra (grandi. n.d.r.) che facevano sognare noi quindicenni del 1980, per aggiudicarsi il nuovo modello dell’iPhone o della Playstation.
Oggi fa tendenza non riuscire a coniugare correttamente un condizionale, ma aspergere il Web con le proprie sgrammaticate idiozie pur di ottenere un numero di followers tale da potersi definire “maître à penser”, nonostante il fatto che tra il pensiero e le persone che se ne attribuiscono la capacità, spesso vi sia spazio sufficiente per ospitare intere galassie.
Oggi è giusto vivere perennemente connessi alla Rete, pronti a sfociare in una crisi di panico da Armageddon in presenza di una zona d’ombra o di uno scaricamento inatteso della batteria con la quale tentiamo di convincere il nostro Smartphone a mantenerci in contatto con il mondo in modalità 7/7 e h24.

Ribadisco: e “sticazzi” non lo vogliamo dire?

Ebbene, cari piccini, alla veneranda soglia del mezzo secolo di permanenza in questa mai abbastanza fottuta valle di lacrime, la parola d’ordine per i giorni a venire è “downgrade”.
Ma attenzione: non inteso come regressione mentale o instupidimento da eccesso di tecnologia, no!
Downgrade inteso come riappropriazione della vita e dello spazio vitale dopo aver cacciato fuori da essi – se necessario a calci nel culo – i tentacoli che da anni il comune modo di vivere il progresso tenta di insinuarvi.
Eh già! Perché per quanto mi riguarda è arrivato il momento di dire basta alle mail lette in ogni dove ed a qualunque ora, ai messaggi in tempo reale ed alla connessione perenne ad una Rete che si sta pian piano sostituendo alla vita reale.
Basta!

Ho iniziato a lavorare come grafico quando il fax si stava affacciando agli orizzonti della comunicazione.
Ricordo che la mattina si entrava in Agenzia e si leggevano i fax giunti nottetempo o dopo l’orario di chiusura.
Orario di chiusura. Quanti di voi ricordano questo termine?
Oppure “finesettimana”?
Ma ci rendiamo conto che abbiamo barattato la nostra vita, la famiglia, il giardino, i cani e i cazzi che ci pare con uno Smartphone di ultima generazione, per aggiornare il quale ci troviamo a bestemmiare tutti i santi del calendario se l’upgrade non va a buon fine e rischiamo di perdere i nostri preziosi dati?
Le mail si leggono in tempo reale quando siamo in ufficio, connessi in modalità flat, oppure quando vi facciamo ritorno, che in mezza giornata nessuno muore fulminato da Zeus se non rispondiamo alla sua cazzo di mail!

Downgrade.
Perché non è troppo tardi.
Non è mai troppo tardi per rinsavire e recuperare i brandelli di vita buttati al vento in anni di evoluzione tecnologica ed involuzione umana.

Downgrade.
Un grido di battaglia che suona un po’ come il celebre “Hoka Hey” di Crazy Horse… “è un buon giorno per morire”, recita la traduzione letterale, e se la nostra riacquisita libertà di esseri umani dovrà significare morire come esseri tecnologici perennemente connessi e perennemente reperibili… beh, allora sì: sarà davvero un buon giorno per morire.
Con il sorriso sulle labbra.
Quel sorriso di chi ha sollevato il volto verso un passato bistrattato, rinnegato, irriso… ma al quale tutti – e dico “tutti”, nonostante facciate finta di essere felici così – guardiamo con un magone che ci strazia l’anima, ma attenti a non farci notare dagli altri per non essere bollati come “vecchi”.

Se ci guardo e sorrido apertamente sono vecchio?
Probabilmente sì.
Probabilmente…
Ma sicuramente di sembrare (o di essere) vecchio non me ne fotte un sedicesimo di cazzo e mi va bene così!

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SUONALA UN’ALTRA VOLTA, SAM… E POI LEVATI DAI COGLIONI!

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Le belle storie prima o poi finiscono. È un dato di fatto.
Figuriamoci poi quelle brutte!
L’importante è non farne mai un dramma e cercare di vedere il lato positivo che, scavando nel posto giusto, a ben guardare viene sempre alla luce.

Niente paura: parlo solo di lavoro.
Che poi se un cliente che ti genera un fatturato di circa settecento euro in un anno possa essere sempre annoverato sotto la voce “lavoro” piuttosto che sotto quella “ma non potevo rimanere a letto?” è ancora un argomento tutto da valutare, ma per tagliare la testa al toro, diciamo che comunque riguarda la sfera professionale.
Già immagino alcuni di voi che leggono e pensano “Ecco, adesso attacca con il solito pistolotto sull’etica e sui valori morali… sulle grandi ingiustizie che affliggono il mondo fin da quando il Tirannosauro si accorse di avere le braccia troppo corte per dedicarsi ad un soddisfacente onanismo, e va avanti per mezza pagina così…”
Tranquilli: non è niente di tutto questo!

Non mi sognerò mai di dire che ci sono persone le quali si sono rivolte a me dieci anni fa chiedendomi di supportarle dopo una brutta dèbacle lavorativa e che le stesse persone, oggi, ad una richiesta di semplice puntualità nei pagamenti drizzano il culo come una allegra famigliola di istrici.

Mai al mondo alluderò al fatto che in questi dieci anni non mi sono mai sognato di ritoccare i prezzi da fame concordati inizialmente, per uno stupido senso di lealtà e per aver creduto alle (posso?) solite puttanate sull’azienda che si sostiene sulla volontà e sull’orgoglio, e così via fino ad includere Masaniello nel Consiglio d’Amministrazione e Nazario Sauro nell’ufficio commerciale.

Che sia dannato se mai dovessi sottolineare il fatto che una miriade di piccoli lavori volti a facilitare le procedure interne del cliente (delle quali non avrebbe dovuto importarmi un trentaduesimo di sega) sono stati sempre eseguiti in modalità “gratis et amore Deo” a tal punto che ogni volta successiva venivano richiesti come dovuti senza, beninteso, accennare minimamente alla vile pecunia.

Morirei, piuttosto che menzionare una recente nota di credito richiesta a fronte di una scheda-prodotto commissionata nel 2011 e lasciata cadere nel dimenticatoio in quanto il prodotto non era stato più importato… un po’ come se andaste al ristorante, ordinaste un piatto di spaghetti e poi, prima di metterci il parmigiano, vi alzaste dicendo che non avete più fame e pretendeste che il ristoratore non vi addebitasse la pietanza. La scheda era stata realizzata utilizzando testi di ingombro (pochi, beninteso), ma una volta inseriti quelli definitivi sarebbe stata più che completa.
Hanno voluto comunque una nota di credito per il 50% del misero importo rimasto due anni in attesa di fatturazione.
Comunque poco importa: ho detto che non ne avrei parlato e mi guardo bene dal farlo!

Non parlerò di tutto questo.
No! E non ne parlerò perché ci sono cose che non è bene rinfacciare… fa così poco Country Club!

Quindi mi limito a dire che è vero: le storie finiscono prima o poi.
E se invece che su una nebbiosa pista d’atterraggio, indossando trench e cappello floscio, ci diciamo addio tra le righe piccate e stizzosette di una mail nella quale il nervo scoperto è fin troppo evidente… beh, poco male!

A onor del vero devo dire che fino alla fine ci ho voluto credere. Nella lealtà, dico.
Ma Casablanca ha le sue regole non scritte.
Quindi, suonala un’altra volta, Sam… e poi levati dai coglioni!

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