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PHILIP KOTLER. MARKETING, PROMOZIONE & BOCCIATURE.

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Premessa.
Il Philip Kotler che mostra il medio è una semplice immagine photoshoppata.
Non che vi sia bisogno di sottolinearlo, in quanto la innata classe del suddetto gli impedirebbe di assumere una simile posa, ma è sempre bene mettere le mani avanti onde evitare critiche idiote e fuori luogo, specialmente in post tendenti al caustico come quello che mi accingo a scrivere.

Altra premessa.
Se non conoscete (almeno di nome) Philip Kotler, siete pregati ci cliccare prima possibile sul pulsante rosso in alto a sinistra (o su quello contrassegnato da una piccola “x” in alto a destra, per chi disgraziatamente usi Windows) e di andare con Dio, citando una laconica Madame Revanche, la cui mancanza continuo ad avvertire ogniqualvolta mi accingo a scrivere un nuovo articolo per il mio piccolo Blog.

Bene. Terminate le doverose premesse e dato per scontato che i tre lettori superstiti siano a conoscenza dell’esistenza di un Guru del Marketing chiamato – appunto – Philip Kotler, autore di non so più quanti libri che dovrebbero costituire la Bibbia, il Corano, il Talmud e lo YouPorn di chiunque si cimenti con tale disciplina, procediamo con l’odierna dose di quella che, secondo i più, potremmo chiamare spocchia da maestrina con la penna rossa, ma che io chiamo semplicemente “fare il culo agli ignoranti presuntuosi”.

Oggi, scorrendo le notifiche di Linkedin, che lascio regolarmente ad affastellarsi nell’attesa di essere considerate, mi sono imbattuto in una Perla (con la “e”… “pirla” potrebbe essere riferito all’autore, casomai) che vorrei condividere con voi, sezionandola come un novello Dexter in vena di ampliare la collezione di vetrini:

de_ignorantia_meaPubblico un’anteprima (cliccateci sopra per ingrandirla) affinché possiate godere dell’opera nel massimo splendore costituito dalla propria completezza, assaporando la visione d’insieme prima di procedere alla dissezione della stessa ed alle drammatiche conclusioni che un simile esame autoptico potrà fornire ai più coriacei, almeno a livello gastrointestinale.

Si tratta, come potrete capire in pochi secondi, di una comunicazione riguardante un unico ed irripetibile seminario tenuto a Milàn (che l’è un gran Milàn) dal summenzionato Guru.

La mia perplessità nasce dal modo in cui tale comunicazione è stata redatta ed affidata all’etere sulle leggiadre ali di Internet.

Ma andiamo con ordine e partiamo dall’inizio, ovvero proprio dalla prima riga che, a mio avviso, costituisce un incipit capace di fornire immediatamente la chiave (o chiavica) di lettura dell’intero annuncio:

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La virgola, ovvero quel piccolo segno di interpunzione che segnala al lettore la necessità di una piccola pausa nell’enunciazione del testo, dovrebbe andare dopo la parola “Linkedin”, così da formare ” Gentile Amico/Amica di Linkedin (pausa) buongiorno”.
Così com’è la lettura risulta essere un saluto agli utenti di un misterioso Social Network denominato “Linkedin buongiorno”, che non sono riuscito a trovare in Rete, nonostante le molteplici ricerche sui più blasonati motori.

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Ecco… qui mi si è accapponata la pelle dello scroto, se mi passate la crudezza di linguaggio, vedendo l’ennesimo congiuntivo rinnegato, torturato, calpestato ed ignorato.
Sinceramente ad un tale scempio linguistico e grammaticale mi verrebbe da rispondere solo infliggendo mortificazioni corporali all’autore finché morte o cultura non sopraggiungano, ma vista la naturalezza con cui il predetto inanella una bestialità dopo l’altra, reputo più probabile la prima conclusione.
Poi l’inciso. Quel “se così non fosse” tra due piccole linee.
Ma il valore metrico delle paura rappresentate dalla punteggiatura non te lo hanno insegnato a scuola?
Eri assente quel giorno?
Ti eri nascosto nello sgabuzzino delle scope a farti le canne?
Non ti avevano dato il Lexotan?
Parliamone, per favore, ma non usare più – ti prego – le pause così, mentula canis.
Al posto della prima linea ci sarebbe stato un punto e virgola, mentre la seconda non dovrebbe proprio esistere!
Così come al posto della virgola dopo “2015”vanno inseriti i “due punti”, altro che virgola!

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Qui, è inutile dirlo, “prof” dovrebbe essere sostituito con “Prof.”, sia per un discorso di rispetto che di correttezza ortografica.
Non lo dico per cavillare: si scrive così perché questa è la regola. Punto!

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Qui calerei un velo pietoso.
Il “te” è agghiacciante quasi quanto il congiuntivo cannato all’inizio della comunicazione.
Credo che la forma impiegata, oltre ad essere prova tangibile di un’ignoranza (etimologicamente dal latino, s’intende) a dir poco caprina, suoni così volgare e pecoreccia da adattarsi molto meglio alla Sagra della Porchetta di Pizzighettone, piuttosto che ad un invito riguardante un evento incentrato su una delle figure più prestigiose della storia del Marketing.
E anche su Pizzighettone avrei da ridire…
La virgola è da eliminare tout court, per quanto espresso poco fa circa le pause dell’enunciazione.

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Qui sorge un dilemma: la castroneria riguarda il dare prima del “tu” e poi del “lei” al lettore o – peggio ancora – quel “sua” sta a significare “all’evento”?
No, perché se nel primo caso basterebbe mezz’ora in ginocchio sui ceci come espiazione, nel secondo sarebbero necessarie sanzioni coraniche a livello di scudisciate sulla schiena.

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Ed ecco che ritorniamo alla forma colloquiale in seconda persona.
Il dubbio di prima mi attanaglia nuovamente e, parallelamente a quella in cui sto scrivendo, ho aperto una nuova finestra del browser per ricercare fruste, nerbi e scudisci in vero cuoio su Amazon, che non si sa mai!

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Euro?
Dollari?
Talleri?
Dobloni?
Lunghi ed appassionati rapporti di sesso orale?
Non si capisce la merce di scambio con la quale si richiede di effettuare la transazione.

Concludendo, come diceva l’amico Mike riferendosi ad un prodotto che aveva qualcosa a che vedere con l’ultima valuta considerata nell’ipotesi precedente, se da un qualsiasi Bimbominkia 2.0 può essere bonariamente tollerato un lessico da ripetente che festeggia la bocciatura all’osteria, da parte un sedicente professionista della Comunicazione e del Marketing, affidare alla Rete un simile florilegio di cialtronaggine e di greve ignoranza è a dir poco intollerabile.
Amo Philip Kotler come chiunque abbia passato notti intere a leggere i suoi libri e – scusatemi – mi incazzo come un toro nel vederlo pubblicizzato con tanta sciatteria e cialtronaggine.

Ma in qualche miniera di sale non hanno bisogno di personale da impiegare nel reparto “picconatori di profondità”?

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UNICO OVUNQUE. LE VERGINI DAI CANDIDI MANTI.

unicoA volte le parole sono ingannevoli.
Sprazzi di polvere di stelle gettati nel firmamento dell’eccellenza si rivelano essere sordidi brandelli di lestofanti truccati da gentiluomini, in un sottobosco composto da mezze figure che, al massimo, riescono a procrastinare l’Armageddon promettendo soluzioni rapide ed indolori.
Cazzate!

Se nella maggior parte dei miei post incazzati mi sono limitato ad alludere a categorie di bastardi figli di mignotte decrepite, senza farne sacrosantamente i nomi, adesso mi sono scocciato del mio stesso fair play ed ho deciso di snocciolare la completa genealogia dei mettìnculi suddetti con tanto di patenti di nobiltà.

Unico Ovunque, dicevamo. Ovvero una Società a Responsabilità (molto) limitata con sede in Piazza della Repubblica (Firenze), protesa verso la promozione dell’Eccellenza Italiana nel mondo. Con tanto di sede a Sochi (in Russia, dove ci sono le migliori mignotte, tanto per capirci) e roboanti proclami sul Lusso, lo Stile ed il Design made in Italy.

Questo nelle chiacchiere. Nei fatti, una società contratta tra due distinti signori (il signor Alessandro De Francesco, paesaggista, e l’architetto Cristiano Boni) che hanno commissionato al sottoscritto (verbalmente, che diamine… che a farlo per iscritto poi tocca pagare) una serie di lavori mai (e sottolineo “mai”) retribuiti, nonostante le molteplici promesse che il loro avvocato (tale Francesco Giani… e per le credenziali consultate pure questo LINK) ha vomitato nei confronti del mio rappresentante legale circa un saldo da effettuarsi entro il primo mese del 2015…  oggi siamo alla fine di maggio e non ho ancora visto l’anima di un cazzo di Euro… n.d.r.

Unico Ovunque, dicevamo… Trecentocinquanta metri quadri in Piazza della Repubblica, arredati con quanto messo a disposizione da Partners nei confronti dei quali (cito testualmente il De Francesco) “per quello che pagano, pagare l’affitto ed aprire la porta è anche troppo”.
Per fugare eventuali dubbi dispongo della registrazione.

Unico Ovunque, che si è appropriato del nome da me creato senza chiedere la benché minima autorizzazione, e che al mio far notare come il nome della società fosse oggetto di un furto di proprietà intellettuale, ha risposto (sempre nella persona del De Francesco e sempre suffragabile da registrazione) che il nome era scaturito da una conversazione davanti al caminetto del Podere, la sua tenuta in provincia di Pistoia, quando io dispongo di documenti che accertano la paternità dell’idea in tempi decisamente anteriori al loro cazzo di caminetto, che ci si potessero arrostire tutti quanti insieme!

Unico Ovunque… in poche parole una banda di disonesti, capaci solo di sopravvivere sull’inventiva degli altri e privi di qualsiasi forma di creatività propria.

Unico Ovunque… ricordate questo nome, perché se avete delle idee originali e potenzialmente redditizie, probabilmente le vedrete messe in atto da loro.
Ovviamente a vostra insaputa!

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AH… MA VUOI METTERE LA CARTA?

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È una frase che sento ripetere sempre più spesso e che sempre più spesso mi fa incazzare come un’ape, non tanto per la totale mancanza di fondate basi razionali, quanto per la completa e bovina ottusità propria della maggior parte delle persone che la pronunciano.
Si tratta dell’ennesima rivisitazione della Volpe e dell’uva di Fedro, servita in salsa radical-chic per far sì che rimanga ancora di più sullo stomaco di coloro i quali ne vengono fatti bersaglio, loro malgrado.

Come è fin troppo facile supporre mi sto riferendo alla presa di posizione – dai toni grigiamente neoluddisti – sulla quale si arroccano caparbiamente le persone che rifiutano di utilizzare un lettore di eBook preferendogli ad oltranza il libro stampato su carta.
Ora, qualcuno potrà ventilare (fate pure, tanto sapete perfettamente che l’opinione altrui – qui – è un inutile e fastidioso optional al quale rinuncio più che volentieri) che le mie parole siano dettate a loro volta da sentori fedriani di incallito utente Kindle.
Forse, ma a differenza dei suoi detrattori ho il duplice vantaggio di conoscere molto bene i due lati della Forza (a voi decidere quale sia quello Oscuro) e di poter argomentare le mie preferenze, oltre che con motivazioni di tipo puramente soggettivo ed intimistico, anche con chiari e palesi dati sacrosantamente oggettivi.
E sticazzi! Che a questo punto ci sta tutto.

Innanzitutto una domanda: il libro lo leggete o lo leccate?
No, perché se escludiamo una questione di soggettiva piacevolezza all’esame gustativo dalla quale mi dissocio a priori, dato che mi ha sempre fatto schifo anche leccarmi il dito per voltare pagina (con me il Venerabile Jorge di Frate Guglielmo da Baskerville si attaccava e faceva Tarzan…), le uniche sensazioni reali che può fornire la carta di un libro “tradizionale” possono essere riassunte con pesantezza, odore polveroso e volume di ingombro sui mai sufficienti scaffali di casa nostra.
La carta poi, miei cari Difensori delle Antiche Tradizioni Librarie, o è quella giallina comunemente denominata “uso mano”, di fabbricazione canonica e capace di raccattare più polvere di un panno elettrostatico Vileda, o è di tipo “sbiancato” per il cui ottenimento si sottopone la comune carta a trattamenti schiarenti a base di cloro.
Come dire che la carta del libro a cui molti dichiarano di non saper rinunciare, o è solo frutto di abbattimenti arborei e fonte di potenziale dermatite da contatto, o è addirittura ottenuta con procedimenti che, per quanto si vogliano blindare e sanificare, generano vapori e scorie decisamente tossici, da trattare come rifiuti speciali e da smaltire nella Terra dei Fuochi di turno.

Non la avevate mai vista sotto questa luce da complici dei disboscatori delle foreste pluviali, eh?
Eppure per ogni libro stampato sulla cara ed irrinunciabile carta, vengono abbattuti gli alberi, ed è inutile che poi le stesse persone corredino la firma della propria mail con frasi tipo “rispetta l’ambiente: se non è proprio necessario non stampare questa mail”… fate prima pace col cervello e lasciate che le mail vengano stampate con lo stesso rimorso che vi coglie ogni volta che entrate in libreria, ovvero nessuno.
Ma principalmente il rigetto del lettore elettronico – e qui Fedro fa le capriole – dipende dalla pigrizia mentale dei più nei confronti di una nuova interfaccia relazionale che rappresenta un ostacolo insormontabile laddove l’ignavia compiacente ed il rifiuto a priori del “nuovo” la fanno da padroni. E fondamentalmente è questo che mi fa imbestialire.

L’eBook Reader ha il vantaggio di contenere centinaia e centinaia di titoli in circa un etto di tecnologia, ricaricabile – volendo – con un ecologicissimo caricabatterie fotovoltaico, accetta i formati più disparati e permette una catalogazione come mai siamo stati capaci di realizzare con la nostra biblioteca casalinga; ci consente di leggere in qualsiasi condizione di luce grazie a sistemi di illuminazione capaci di non affaticare la vista e di non disturbare chi ci sta accanto e non ci costringe più ad ammassare pile e pile di carta stampata in ogni angolo disponibile delle nostre case.
E poi, ammortizzato il lettore (che non ha davvero un costo proibitivo), un eBook ha finalmente un costo onesto se pensiamo a come si compone realmente il prezzo di un libro: l’autore percepisce al massimo il 6% del valore di copertina; un buon 50% finisce al Distributore; stampa e confezione incidono per una cifra irrisoria (circa 1,30 euro per un volume cartonato di 400 pagine) e tutto il resto è guadagno dell’Editore.
Le librerie sono in crisi? E sticazzi un’altra volta: con una minor famelicità imprenditoriale forse non sarebbe così. Ma ormai chi avuto ha avuto…

Ma in definitiva la teoria che la sfanga su tutto e su tutti è quella che ci ammonisce circa l’inarrestabilità del progresso.
L’eBook rappresenta l’evoluzione del modo di leggere e di diffondere informazione e cultura, rendendole finalmente alla portata di tutti.
Rappresenta la possibilità per gli autori emergenti di svincolarsi dal giogo degli editori e diffondere le proprie opere percependone legalmente i frutti, laddove queste incontrino il favore del pubblico.
Che poi i radical-chic di cui sopra arriccino altezzosamente il naso a tale affermazione, avrà influenza sull’evolversi dei tempi tanta quanta ne ha avuta la ferma opposizione della società preindustriale abbiente all’affermarsi della classe lavoratrice sulla scena sociale di inizio novecento.

Certo: ci saranno sempre libri da custodire gelosamente in formato cartaceo: non sto parlando di uno scenario da Farenheit 451!
Non rinuncerò mai al mio Don Chisciotte con le calcografie di Doré o alla prima Divina Commedia dei Fratelli Fabbri.
Ma credetemi se vi dico che per quanto concerne la lettura quotidiana rinuncio volentieri alla nostalgica sensazione della carta, proprio come ho rinunciato al cambio non sincronizzato prima, ed a quello non automatico poi.
È il progresso.
È il futuro.

E se i libri li leggete davvero, anziché leccarli, è una innegabile ed irrinunciabile praticità!

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PORNO SÙBITO

pornosubito

Le due simpatiche fanciulle nella foto sono Jenna Jameson e Brianna Banks.
Lo dico per quelle due o tre persone che veramente non le conoscono. Tutti gli altri evitino di assumere l’espressione interrogativa che gli si sta stampando sulla faccia, tanto sappiamo benissimo che di loro conoscete vita e miracoli… soprattutto i miracoli.
Sempre a beneficio dei tre di cui sopra (due, in realtà: il terzo ha solo dei problemi di memoria) vorrei specificare che le summenzionate simpatiche fanciulle sono due pornostar d’oltreoceano che hanno fornito materiale per chilometri di celluloide ed hanno decimato diottrie come nemmeno l’oscurità dello Spielberg è riuscito a fare con Silvio Pellico, se vogliamo credere al fatto che certe pratiche eccessivamente intimistiche portino all’abbassamento della vista.
E quindi – un momento che pulisco gli occhiali – procediamo, adesso che siamo tutti edotti sul “chi”, sul “dove” e sul “cosa” (il “come”, fidatevi, è letteralmente impeccabile), con l’argomento di questo post.

Il Porno.
La pornografia.
Sì, i pornazzi, insomma. Quelli che tutti abbiamo visto e che nessuno ammetterà mai di aver noleggiato quando era da solo a casa, ma sempre “in compagnia con gli amici, per farsi quattro risate”… beh, c’è chi le chiama “risate”. In effetti secondo gli Eschimesi “ridere” significa “fare sesso”, quindi passino le quattro risate… magari non in compagnia, anche se de gustibus eccetera, eccetera.

Partiamo da un assunto: la pornografia è sempre esistita, evolvendosi di pari passo con l’evoluzione dei mezzi d’espressione per immagini.
Siamo passati dalle pitture vascolari ai gruppi scultorei, dai dipinti alle stampe calcografiche e litografiche, dai dagherrotipi alle foto patinate e, ovviamente, dal film 35 millimetri ad Internet.
Potremmo raccontare la storia dell’immagine attraverso scorci più o meno osceni, esattamente come potremmo farlo con ritratti o nature morte, ma il fatto è uno ed uno soltanto: la pornografia è parte integrante dello scibile umano, per quanto i benpensanti di ogni era abbiano fatto finta di scandalizzarsi, almeno pubblicamente.
Il Design, l’illustrazione e le Arti Grafiche in generale non sono assolutamente esenti da tale percorso, anzi, ne sono indiscusse protagoniste.
Lo sdoganamento del Porno, dovuto ad elementi come Lasse Braun, Riccardo Schicchi e – mi si permetta – Silvio Bandinelli è stato accompagnato (anche se un po’ a singhiozzo) dall’adeguamento di tali discipline al nuovo mercato sempre più di superficie che il settore della pornografia andava via via acquistando.
Trasmissioni fintamente liberali come il Maurizio Costanzo Show hanno iniziato a portare sul palcoscenico attrici e registi, consci del fatto che dopo averci portato Vittorio Sgarbi su quel palcoscenico ci poteva stare di tutto, trasformando – loro malgrado – un’accozzaglia di saltimbanchi male assortiti e relegati nei ghetti della produzione cinematografica in una nuova nicchia professionale, se non moralmente, almeno umanamente accettabile.
Dico “loro malgrado” perché gli intrattenitori dalla camicia baffuta hanno sempre scelto i propri ospiti tra coloro nei quali le caratteristiche che l’immaginario collettivo attribuiva all’operatore di film porno fossero ben evidenti.
Ed ecco registi affermare che il tale attore “ce spaccava pure ‘e cassette de frutta” o starlettes poppute e glitterate che difficilmente riuscivano a centrare un solo congiuntivo in tutta la trasmissione.
Oddìo, quasi tutte. Moana Pozzi ha sempre tenuto testa al conduttore (quella di sopra, intendo) con il suo indimenticabile charme.
Personaggi di un certo spessore sono stati volutamente ignorati o – laddove invitati – hanno recisamente declinato, consci del fatto che il proprio livello culturale così distante dagli stereotipi del buzzurro allupato avrebbero indotto (come già si era visto nei confronti di altri ospiti) il baffuto mattatore ad attaccarli senza pietà, avendo dalla sua la conduzione dello show.

Comunque sia il Porno è pian piano uscito dagli scantinati ed è emerso alla luce del sole, in un’Italia al centro della quale pulsava un nucleo edilizio di cellule cancerogene chiamato Vaticano e governata da politici più attenti alla propria immagine pubblica che al reale benessere del Paese. No: non è successo ieri. È solo che i politici si comportano così dai tempi di Giolitti.
Reso legale con un escamotage burocratico degno del Bismark, il Porno (che prima in Italia poteva essere pubblicizzato, distribuito, venduto, noleggiato e visto) poté essere finalmente girato, con gran dispiacere dell’Ungheria che aveva costruito interi quartieri dedicati ad accogliere troupes cinematografiche provenienti da tutto il mondo.
Le case di produzione si scissero in due gruppi nettamente demarcati: i casalinghi ed i professionisti, senza con questo voler gettare discredito o osannare nessuno… furono scelte aziendali pure e semplici.

Se da un lato i Casalinghi continuarono ad ostentare un’immagine volutamente trash (foto squallide, mascherine e calzini corti azzurri), dall’altro i Professionisti si dettero da fare per recuperare un gap generato dall’oscurantismo bigotto del Belpaese e riportarsi al livello della case cinematografiche cosiddette “ufficiali”.
Personaggi che già si erano distinti nella regia e nella produzione fino ad allora, poterono finalmente aspirare a quella notorietà ed a quel rispetto professionale fino ad allora appannaggio solo di chi con il mondo della pornografia non aveva niente a che fare… che poi Tinto Brass… va beh!
È il momento di nomi come Schicchi, Salieri, Bandinelli. Personaggi comunque carismatici che la cronaca aveva fino ad allora ignorato per una forma di perbenismo di facciata veramente deludente.

Tra tutti il fiorentino Silvio Bandinelli emerge per quanto riguarda i rapporti con il mondo dell’informazione.
Grazie ad un fortunato titolo (“Mamma”, del 1997, ambientato nel ventennio fascista) Bandinelli viene regolarmente recensito sulla stampa “regolare” anche mentre è costretto a girare film in Ungheria per i ridicoli divieti sul patrio suolo.
I suoi film, con soggetti originali sceneggiati dallo stesso Bandinelli (laurea in Storia del Cinema e background professionale di tutto rispetto) calcano tematiche scottanti e di profonda denuncia politica… ricordiamo “Anni di Piombo”, “Abuso di Potere”, “il Presidente”.
Ovviamente gli affari sono affari, pertanto la casa di produzione condotta da Bandinelli (la “Showtime Comunications” n.d.r.) acquista, ricopertina e distribuisce molti titoli d’importazione, tra i quali troviamo spesso le due simpatiche fanciulle di cui parlavo all’inizio, per comporre ogni mese un’emissione in grado di soddisfare le richieste delle videoteche, ma il regista fiorentino non abbandona mai la sua verve creativa, sfornando ogni anno almeno tre pellicole da soggetto originale e girate – vi assicuro – con ogni accorgimento stilistico.
Durante un’intervista, al giornalista che gli chiedeva il motivo per il quale i suoi film avessero tanto successo, Bandinelli risponde «I miei film sono dei bei thrillers, dei bei film storici o delle belle Commedie… in più trombano!»

Beh, vi confesso che quello con Silvio è un rapporto professionale – sfociato poi in una bellissima amicizia – del quale vado tutt’oggi fiero, dopo vent’anni di collaborazione, fregandomene di chi continua a vedere il Porno come qualcosa di negativo o di deprecabile a priori.
Anche in questo caso c’è porno e porno… e quello in cui ho lavorato è quello che come unico limite dovrebbe avere il bollino “VM18” imposto dalla legge, ma niente più.

Il vero pericolo e la Rete.
Una Rete utilizzata sempre più come Baby Sitter a basso costo e non come mezzo di educazione.
Una Rete dove la pornografia è accessibile a tutti senza alcun limite di età o di contenuti.

E non è certamente questo ciò a cui abbiamo lavorato – lasciatemelo dire – con dedizione per tanti anni.

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Fedro, l’uva e i non-morti della Rete

«Hanno un indirizzo internet?»
«Non hanno un sito. Per scelta, credo.»
«Allora non mi interssa: non esistono!»

È uno stralcio di conversazione captato che mi ha portato a riflettere su alcune cose.
Si tratta di una sentenza composta di due sole parole, che da sole valgono un intero tomo di giurisprudenza o tutti i trattati di marketing fin ora scritti: non esistono.

Vi dirò… in un primo tempo la frase mi ha riportato alla mente vecchie storie di vampiri; i non-morti che si aggirano per le tenebre, la cui immagine non viene riflessa dagli specchi e che si nutrono della vita degli altri… poi ho pensato che – in un modo o nell’altro – questi Principi della notte hanno comunque una propria personalità e, pur perseguendo un’esistenza votata al saprofitismo più assoluto, hanno pensieri reali, un passato del quale tendono a gratificarsi quando possono e, comunque, l’inevitabile coraggio di sfidare una categoria (quella dei mortali) per il prosieguo della propria esistenza.
E questo se vogliamo riconoscere un fondo di verità o quantomeno gratificare il lavoro di Mr. Stoker e di tutti coloro i quali si sono cimentati con il mito del Vampiro sia in campo letterario che cinematografico.

Quindi, sulla scorta di tali elucubrazioni, ho accantonato il mito romantico del non-morto sostituendolo con uno molto più antico, ma al tempo stesso decisamente più calzante: la Volpe di Fedro che non riesce ad appropriarsi dell’uva e si giustifica davanti al mondo con un “nondum matura est; nolo acerbam sumere”.
Sì… decisamente il paragone è più calzante, anche perché, se il mito del Vampiro poteva ben aderire alla situazione per il semplice fatto di vivere una vita non propria e di sopravvivere succhiando la linfa vitale di chi gli sta accanto (ogni riferimento a fatti e persone esistenti è puramente voluto), resta sempre quel non so che di romantico e struggente che ci fa intravedere, a tratti, una luce fin troppo umana sul volto di quello che dovremmo definire come Mostro senza alcuna possibilità di appello.
Per la Volpe non è così. La Volpe vuole giustificarsi a tutti i costi ed uscire da una disamina della propria condotta non solo a testa alta, ma facendo sentire sciocco chi non agisce come lei.

Trincerarsi dietro a dogmi come “oggi la vera differenza consiste nel non farne parte” riferendosi alla Rete (ma anche ad altri circoli più o meno ristretti… sentito con le mie orecchie, giuro), mette in mostra solo un animo sufficientemente arpagonico ed un’apertura mentale attraverso la quale l’aria passerebbe solo fischiando, tanto è angusta.
Non si rendono conto che le loro frasi sprezzanti ed il loro scarso rispetto circa la professionalità degli altri, verso i quali pretendono addirittura di salire in cattedra dispensando una conoscenza che non possiedono e non possiederanno mai, viene vista come ciò che realmente è: una barricata di chiacchiere vuote che nasconde una mentalità gretta e bottegaia talmente smaccata da far impallidire anche uno Shylock che, quantomeno, aveva ben chiaro che alcuni investimenti non possono essere evitati, pena la rovina ed il ridicolo.

Dunque se la Volpe non ha un sito internet “perché la vera differenza sta nel non averlo”, dovrebbe trovare qualcuno che riuscisse a spiegarle un concetto tanto semplice quanto profondo.
Un concetto profondo come il “Non esistono” sentenziato in apertura di questo post.
È vero: non essere in Rete fa la differenza. La differenza tra imprenditori e la quarta referenza enumerata da Leonardo Sciascia ne “il giorno della civetta”: i quaqquaraqquà.

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