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UNICO OVUNQUE. LE VERGINI DAI CANDIDI MANTI.

unicoA volte le parole sono ingannevoli.
Sprazzi di polvere di stelle gettati nel firmamento dell’eccellenza si rivelano essere sordidi brandelli di lestofanti truccati da gentiluomini, in un sottobosco composto da mezze figure che, al massimo, riescono a procrastinare l’Armageddon promettendo soluzioni rapide ed indolori.
Cazzate!

Se nella maggior parte dei miei post incazzati mi sono limitato ad alludere a categorie di bastardi figli di mignotte decrepite, senza farne sacrosantamente i nomi, adesso mi sono scocciato del mio stesso fair play ed ho deciso di snocciolare la completa genealogia dei mettìnculi suddetti con tanto di patenti di nobiltà.

Unico Ovunque, dicevamo. Ovvero una Società a Responsabilità (molto) limitata con sede in Piazza della Repubblica (Firenze), protesa verso la promozione dell’Eccellenza Italiana nel mondo. Con tanto di sede a Sochi (in Russia, dove ci sono le migliori mignotte, tanto per capirci) e roboanti proclami sul Lusso, lo Stile ed il Design made in Italy.

Questo nelle chiacchiere. Nei fatti, una società contratta tra due distinti signori (il signor Alessandro De Francesco, paesaggista, e l’architetto Cristiano Boni) che hanno commissionato al sottoscritto (verbalmente, che diamine… che a farlo per iscritto poi tocca pagare) una serie di lavori mai (e sottolineo “mai”) retribuiti, nonostante le molteplici promesse che il loro avvocato (tale Francesco Giani… e per le credenziali consultate pure questo LINK) ha vomitato nei confronti del mio rappresentante legale circa un saldo da effettuarsi entro il primo mese del 2015…  oggi siamo alla fine di maggio e non ho ancora visto l’anima di un cazzo di Euro… n.d.r.

Unico Ovunque, dicevamo… Trecentocinquanta metri quadri in Piazza della Repubblica, arredati con quanto messo a disposizione da Partners nei confronti dei quali (cito testualmente il De Francesco) “per quello che pagano, pagare l’affitto ed aprire la porta è anche troppo”.
Per fugare eventuali dubbi dispongo della registrazione.

Unico Ovunque, che si è appropriato del nome da me creato senza chiedere la benché minima autorizzazione, e che al mio far notare come il nome della società fosse oggetto di un furto di proprietà intellettuale, ha risposto (sempre nella persona del De Francesco e sempre suffragabile da registrazione) che il nome era scaturito da una conversazione davanti al caminetto del Podere, la sua tenuta in provincia di Pistoia, quando io dispongo di documenti che accertano la paternità dell’idea in tempi decisamente anteriori al loro cazzo di caminetto, che ci si potessero arrostire tutti quanti insieme!

Unico Ovunque… in poche parole una banda di disonesti, capaci solo di sopravvivere sull’inventiva degli altri e privi di qualsiasi forma di creatività propria.

Unico Ovunque… ricordate questo nome, perché se avete delle idee originali e potenzialmente redditizie, probabilmente le vedrete messe in atto da loro.
Ovviamente a vostra insaputa!

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TUTTO, TRANNE BACIARE.

prettywoman

Non so quanti di voi siano abbastanza vecchi da aver visto (al cinema ed in prima visione: TV o DVD non vale) “Pretty Woman” con Julia Roberts e Richerd Gere.
Io lo sono, ed ogni tanto ripenso a quella simpatica e tenera rielaborazione di Cenerentola (“quella gran culo”, citando l’amica di Julia Roberts) traendone interessanti spunti di riflessione, prova ulteriore del fatto che nessuno può dire da dove sia capace di scaturire un pensiero degno di tale nome.

Ultimamente sono stato portato a riflettere sui molteplici approcci al rapporto cliente-fornitore ed alle altrettanto molteplici trappole che ognuno di essi può potenzialmente rappresentare: c’è chi erige un muro impenetrabile di professionalità e competenze, rischiando di apparire eccessivamente distaccato; chi si presenta col cappello in mano, generando immancabilmente un’immagine debole e soggetta a vessazioni umane ed economiche; chi procede ad amichevoli pacche sulle spalle, dando l’impressione – però – di buttare tutto a tarallucci e vino risultando un piacevole compagno di sbronze in birreria, ma un professionista poco affidabile.
Poi ci sono anche quelli che  affermano di non muovere un dito finché non sono stati pagati, ma li metterei leggermente al di sotto – come leggenda metropolitana – delle renne volanti di Babbo Natale.
Ed infine ci sono gli entusiasti.
O gli stronzi, se preferite.
Sono coloro che si innamorano di ogni progetto con un trasporto tale da rendere ogni idea un piccolo capolavoro.
Quelli che non guardano mai orologio e calendario, diretti verso il buon risultato del lavoro al di sopra e al di là di qualsiasi intralcio come se ne andasse della loro vita.
Quelli che riescono ad effettuare una difficilissima operazione di mimesis, diventando parte integrante dell’azienda cliente e che si ritrovano a gestire la comunicazione ad essa riferita come se fosse la propria.
Quelli che, immancabilmente, si ritrovano a dover fronteggiare la considerazione della propria opera che man mano passa dalla riconoscenza all’abitudine. Ed è un momento che chi si spende quotidianamente creando comunicazione per gli altri percepisce nettamente.
Come un relé cha scatta… come quel “click” di cui parla Paul Newman con Liz Taylor nel film “La gatta sul tetto che scotta”, riferendosi al salvifico black-out generato dall’alcool (niente Google, eh? Tutta memoria!).
È il momento nel quale l’entusiasmo implode collassando su se stesso come un polmone ferito… ed allo stesso modo spezza il respiro ed annebbia la vista.

Gli entusiasti, dicevamo, o gli stronzi.
Entusiasti perché continuano a gettare il cuore oltre l’ostacolo dedicandosi anima e corpo ad ogni nuovo progetto con sempre rinnovata energia. Stronzi perché non impareranno mai a guardare al di là di quell’ostacolo per capire se il loro cuore rischia di atterrare su un cuscino di piume o in una macchia di rovi irti di spine acuminate (a proposito: buon compleanno a Carlos Santana, anche se questa la capiscono in tre…).

A questo punto penso che sia superfluo rimarcare a quale categoria di approccio io appartenga.
Ma come sempre in medio stat virtus, o almeno ci dovrebbe stare.
E da qui il titolo del post e l’illustrazione che lo correda: l’approccio di Vivian sarebbe stato quello giusto, ovvero dedicarsi completamente al cliente con un unico veto rappresentato dal bacio.
“Troppo intimo”, spiega nel film a Edward-Richard Gere.
E quindi ben venga il coinvolgimento pressoché totale e la passione travolgente, via libera ed ogni fantasia iperbolica ed alla creatività più sfrenata… ma attenzione: ci sono limiti da non oltrepassare mai, pena la perdita della propria autonomia emotiva e la sudditanza psicologica nei confronti del cliente.
Che si stia parlando di sesso a pagamento o di comunicazione poco importa, perché i cardini del rapporto sono gli stessi, così come identica è la dedizione impiegata nell’erogazione dell’uno o dell’altra.

E quindi?
Quindi sarebbe buona cosa cedere la propria creatività con entusiasmo e dedizione, ma ricordandosi di non baciare mai.
Troppo intimo e troppo pericoloso.
Però anche nel film, se ricordate, Vivian trasgredisce a questa regola aurea ed immancabilmente si innamora del businessman cinico e spietato.
Ma trattandosi di una favola, la scelta di Vivian si rivela giusta e viene premiata nel più classico dei modi, ovvero con un meraviglioso “… e vissero felici e contenti”. Come Cenerentola; quella gran culo, giust’appunto!
E nella vita reale?
Nella vita reale nessun principe si arrampica su una scala antincendio vincendo le vertigini per dirti che hai fatto la scelta giusta e che il darsi incondizionatamente alla fine paga.
Non sempre, almeno.
O quasi mai.
Quindi niente baci… come se fosse facile!

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